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Recensione su The Whisperer in Darkness

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27 luglio 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo l’ottima riuscita di The Call of Cthulhu, mediometraggio muto realizzato nel 2005, la Howard Philip Lovecraft Historical Society (HPLHS) riprova ad adattare un altro racconto dello scrittore di Providence, stavolta realizzando un lungometraggio sonoro della durata di 104 minuti. Quest’associazione di giocatori di ruolo riesce così nell’intento di dimostrare che è possibile realizzare degli adattamenti fedeli allo spirito di Lovecraft e che non siano solo una scusa per sfruttarne il nome e confezionare opere che con l’autore hanno poco a che fare. Nello stesso modo in cui The Call of Cthulhu fu realizzato come un film degli anni venti, The Whisperer in Darkness guarda ai classici degli anni trenta, quelli della Universal, come fosse una trasposizione d’epoca del racconto originale cui s’ispira, anche se meno fedele al racconto originale. Il risultato è convincente, anche se alcuni virtuosismi tecnici, un bianco e nero troppo “nitido” e un appariscente uso della CGI, rischiano di svelare l’inganno. Come il racconto da cui è tratto, Colui che sussurrava nelle tenebre, la storia riguarda le indagini di uno scettico professore della Miskatonic Universty di nome Albert Wilmarth riguardo una serie di sinistri avvistamenti e strane sparizioni che occorrono nei boschi del Vermont. A questo scopo intrattiene un rapporto epistolare con Henry Akelay, uno degli abitanti del luogo. Secondo quest’ultimo, nelle colline attorno al suo villaggio opera una razza di creature extraterrestri dalle oscure intenzioni. Per risolvere il mistero, non credendo alle affermazioni di Akelay, Wilmarth si reca nel Vermont dove, da lì a poco, scoprirà una sconvolgente verità. Come spesso accade nelle storie di Lovecraft, anche questo racconto si chiude proprio con il protagonista che riceve una rivelazione, lasciando al lettore il compito di immaginare quello che succederà dopo. Il film invece concede alla narrazione un terzo atto, completamente assente nell’originale, in modo da chiudere in maniera definitiva la storia. Proprio quest’ultimo segmento è la parte più debole del film. Il ritmo diventa più frenetico, con azione, inseguimenti e fughe in aeroplano, allontanando in modo stridente il film dalle atmosfere tipiche dell’autore così convincentemente mantenute fino a quel momento. Altre differenze sono il rinforzo della figura di George, figlio di Akelay, nel racconto solo accennato, e la comparsa, in un intelligente e congruo cameo in cui dibatte con lo scettico protagonista, il personaggio realmente esistito (assente nel racconto) di Charles Fort, uno studioso di fenomeni paranormali dell’epoca.

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