Recensione su L'ospite inatteso

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La terra dell’abbondanza / 1 Marzo 2012 in L'ospite inatteso

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo una lunga carriera passata ad interpretare sempre ruoli di secondo piano, sia al cinema (in pellicole come “Potere assoluto” di Clint Eastwood, “L’uomo che non c’era” dei fratelli Coen, “Blue Steel” di Kathryn Bigelow e “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen) che in televisione (in una serie grottesca, “Six Feet Under”, in cui recitava nei panni di un fantasma), Richard Jenkins ha finalmente avuto la possibilità di dimostrare la propria bravura in una parte da protagonista in questo bel film diretto e sceneggiato da Thomas McCarthy. Il quale, alla sua opera seconda (la prima era l’interessante “The Station Agent”), ha cucito addosso all’attore americano un ruolo complesso e ricco di sfumature: quello di un uomo triste e riservato, Walter Vale, che dopo la morte dell’amata moglie si è autocondannato a condurre una vita grigia, nella quale pare non ci sia niente che possa scuoterlo dal torpore che lo affligge.
Dal momento che il suo unico figlio vive a Londra, Walter passa le giornate nella sua lussuosa casa nel Connecticut immerso nella solitudine più completa. La sua tediosa esistenza si dipana tra il lavoro di insegnante universitario di Economia e le lezioni di pianoforte impartitegli da un’anziana maestra di musica. La sua vita sociale, quindi, è praticamente inesistente.
A sconvolgere il suo monotono tran tran quotidiano ci pensano due giovani immigrati clandestini, Tarek e Zainab, siriano lui, senegalese lei, che a New York si ritrovano ad occupare la seconda abitazione di Walter, giunto nella Grande Mela per tenere una conferenza. Dopo aver chiarito la situazione, Tarek e Zainab lasciano l’appartamento al legittimo proprietario, ma questi, vedendo che i due non hanno un posto dove passare la notte, decide di accoglierli sotto il suo tetto.
Con il passare dei giorni, tra i tre si instaura un rapporto di amicizia, in particolare fra Tarek e Walter, con il primo, musicista jazz, che insegna al secondo come suonare il tamburo. Per l’insegnante sembra cominciare una nuova vita: ma un giorno, mentre si trova in metropolitana con Walter, Tarek commette l’imprudenza di scavalcare un tornello.
A causa di questo episodio, il giovane viene arrestato dalla polizia e rinchiuso in un centro di detenzione per immigrati irregolari. Walter si prodiga in ogni modo per aiutare Tarek, ma il destino di quest’ultimo è ormai segnato.
“L’ospite inatteso” è un film che parla di amicizia e tolleranza con garbo e sensibilità: il regista ci mostra come gli Stati Uniti siano diventati, dopo l’undici settembre, un Paese che vive in un continuo stato di allerta, grazie al governo di George W. Bush, che dopo l’attacco alle Torri Gemelle si è impegnato ad alimentare un clima di costante odio e terrore verso lo straniero, al punto che ogni cittadino immigrato viene visto come un potenziale terrorista.
La vicenda di Tarek diventa così lo specchio fedele della condizione nella quale versa attualmente l’America: benché completamente innocente, Tarek viene trattato alla stregua di un criminale.
La sua colpa? Quella di non avere il permesso di soggiorno. Tanto basta per essere considerato al pari di un criminale. Nel raccontare tutto questo, Thomas McCarthy non strafà, non cerca mai la “bella inquadratura”, anzi, intelligentemente, gira con uno stile sobrio e controllato, affidandosi quasi completamente ad una sceneggiatura articolata che delinea con precisione i caratteri dei personaggi.
A cominciare da quello di Walter, uomo solitario e in crisi esistenziale che fa finta di tenersi occupato, ma che in realtà non fa niente (lo ammette lui stesso in una scena), per continuare con la coppia di immigrati, Tarek e Zainab, musicista il primo, disegnatrice di gioielli la seconda, che con la loro giovialità portano un raggio di luce nella vita del professore, il quale, per merito dei due giovani, sembra diventare una persona migliore, più aperta e disponibile verso gli altri, per finire con Mouna, la madre di Tarek, donna segnata dal peso di una vita di sacrifici ma comunque ancora in grado di lottare per il bene del proprio figlio.
Lodevole il cast, guidato da uno straordinario Richard Jenkins capace di trasmettere le emozioni provate dal suo personaggio anche solo con lo sguardo, come quando silenziosamente guarda allontanarsi la donna di cui è innamorato, Mouna (apprezzabile la delicatezza con cui il regista tratteggia la loro storia d’amore), a sua volta ottimamente interpretata da Hiam Abbass, eccellente protagonista de “Il giardino di limoni” di Eran Riklis.

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