Recensione su Il cavallo di Torino

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Il cinema non è la vita / 11 Maggio 2012 in Il cavallo di Torino

La bella fotografia in bianco e nero, i lunghi piano-sequenza, l’ambientazione metafisica e sospesa, l’asciuttezza pauperistica e il ritualismo minimalista salvano questo film solo sul piano formale. Ci sono due limiti principali a mio parere gravi.
Il primo è il moralismo di fondo, lo stesso di Von Trier. Ciò che accade al cocchiere è la punizione divina per il suo comportamento violento? Ciò che sta accadendo alla città, come racconta l’ospite, è la conseguenza del suo decadimento morale? Se in Melancholia l’apocalisse punitiva scaturisce dal mondo cittadino e borghese, qui essa nasce intorno al mondo contadino.
Il secondo limite sta nell’eccessivo realismo delle situazioni rappresentate. L’estenuante lentezza, ripetitività e quotidianità delle situazioni immortalate, compresa l’inutilità di molte di esse, ci costringono ricattatoriamente a pensare che quello che vediamo sia la realtà. La pellicola diventa quindi per lunghi tratti un documento. Dobbiamo allora avere il coraggio di affermare che in quei momenti non si sta più facendo cinema.
D’altra parte la prova del nove difficilmente fallisce: quando ci sono parti che puoi vedere con l’avanzamento veloce senza che il film ne perda o addirittura con dei miglioramenti, vuol dire che ha qualche problema!
Chiudo con un’ultima considerazione che dovrebbe destare sospetto in coloro che possiedono anche solo una vaga idea di precedenti storici di evoluzione/involuzione dei linguaggi artistici: rifugiarsi nel vernacolo è un’operazione antimoderna e quasi sempre reazionaria.

1 commento

  1. yorick / 12 Ottobre 2012

    “Se in Melancholia l’apocalisse punitiva scaturisce dal mondo cittadino e borghese” – davvero?!

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