Recensione su The Tree of Life

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delusione / 24 Maggio 2011 in The Tree of Life

In un film così avaro di parole c’è una logorrea in fatto di simboli e metafore che mi ha quasi infastidito. Visivamente anche affascinante, ma non tocchiamo 2001, perchè lì c’è una creatività visiva che Malick non sfiora.

Certo rilegge personalmente la vita e il suo senso (?) anche lasciandoti molto spazio come spettatore: dualismi, giobbe, teodicea, caino e abele e il trionfo evolutivo della natura con quella molto ben riuscita sezione con i dinosauri (venuti davvero bene) in cui il predatore “salva” irrazionalemte l’animale ferito contro ogni logica, dimostrazione efficacissima di quanto sia forte e irresistibile, umanamente incomprensibile la via della Natura eppure così trionfante (checchè ne dica la grazia).
I ricordi di un uomo che non ha trovato appagamento e che è stato formato dalla autorità paterna contro la quale si è scontrato, che ha amato la madre per poi non riconoscersi in lei e ha provato, nella crescita, la gelosia nei confornti del fratello (probabilmente più sereno e forse più forte, meno problematico, ma la gelosia fra fratelli è un sentimento quasi innato), il lutto, la sconfitta e l’ingiustizia della vita: insomma quale senso nello scorrere della vita?
Troppe metafore, simboli su simboli, un filo di retorica aggravata nel finale, un linguaggio visivo che non ho trovato neppure così originale: avvolgente la macchina da presa sì, ma l’invasione di gambe di bambini sullo schermo ha raggiunto, a tre quarti di pellicola, il suo punto di saturazione; la voce off è tanto Malick, però a volte un po’ troppo presente e troppo esplicita.

Per il capolovaro ripassare un’altra volta.

E’ un film da vedere, è un film che fa discutere in cui lui osa tantissimo, ma non è il capolavoro che si dice. Ritengo poi azzardato l’accostamento a 2001: lì l’idea della cicolarità, per esempio, è resa visivamente in maniera geniale, dall’osso che ruota alle navi sferiche e che ruotano, dai congegni all’interno delle navi stellari, all’occhio di hal, dalla capsula alla corsa, insomma un’idea visiva sempre uguale e diversa che ha segnato il film è l’immaginario per come ha ritradotto la civiltà dell’uomo al cinema in un simbolo che non uccide se stesso.
Qui no.
per me la parte migliore è la parte della famiglia, il posto in cui il bambino si fa uomo nel senso “umano” del termine, ossia fa esperienza. Malick sceglie un’epoca precisa, una ambiente preciso, ma lo isola dal contesto storico e sociale: nessuna scuola, nessun altro oltre il nucleo famigliare e la casa con i vicini, tutto è la prima volta, il riso come il pianto, la morte che è la paura della perdita del genitore (la proiezione è immediata), come se il mondo penetrasse per lembi dentro il guscio della propria coscienza e la costruisse secondo la lente del proprio sentire che filtra tutto l’esterno. Malick ci fa sapere cosa è il mondo attraverso cosa ne sente Jack, nessuna verità.
Belle le scene delle fantasie che il bambino regala alla madre, esprime un amore infinito, lei che danza alle parole delle fiabe, lei che è chiusa dentro una bara di cristallo, novella biancaneve, ancora le fiabe, appena la morte fa capolino.
La frase più bella è la resa di jack davanti a dio: tu fai accadere tutto, non c’è scelta, non c’è discrimine, c’è il tutto (la domada oltre sarebbe: allora c’è davvero qualcuno che fa acacdere le cose?)

Ma ripeto troppi simboli, troppi, il film è asfissiato dai simboli

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