Recensione su The Town

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4 marzo 2011

Film teso e volendo particolare nel genere, perchè è un noir in piena luce, dove la massima della protagonista che nelle giornate di sole si muore è la filosofia estetica della pellicola. Ben girato, davvero, molto efficaci tutte le scene delle rapine, concitate, montate molto bene, con i ralenty al posto giusto (!), inseguimenti da manuale e mozzafiato a cui Boston regale il realismo delle città a pianta europea in cui la fanno da padrone marciapiedi, vicoli asfittici e improvvisi muri. Insomma un bel lavoro che si contorna di ottimi interpreti. Forse Affleck, che sembra aver trovato la sua via artistica, avrebbe dovuto avere il coraggio di lasciare il ruolo di interprete, è lui l’anello debole di un insieme di caratteristi e camei maiuscoli (forse troppo forzata la scena al commissariato).
Attorno alla storia individuale di un criminale per forza e per destino che cerca di liberarsi della sua condanna privata costruita su amicizie, famigliarità e quella vita di quartiere che determina quasi il futuro dei suoi abitanti, Affleck dipinge il respiro di una città con amore e distacco, accarezzandone il corpo con alcune inquadrature avvolgenti e scoprendo gli angoli del quartiere di Charlestown, il cimitero, il giardino dei fiori, le strade intorno alle abitazioni, come presenze incombenti sulle esistenze dei suoi personaggi.
La storia è classica: al desiderio di uscire dal gioco delle rapine si contrappone la fedeltà al gruppo degli amici, la logica mafiosa del capo criminale del posto e non ultima l’Fbi, in un meccanismo che strozza il protagonista impossibilitato a sfuggire a tutti quanti e a salvare il deus ex machina, la ragazza di cui si innamora. Ma la sceneggiatura regge, è sufficientemente asfittica, si dirime bene fra lo scenario dei poliziotti che inseguono, i banditi che rapinano, l’idillio d’amore e il passato doloroso del protagonista che cerca una via d’uscita da se stesso e dal suo substrato di violenza che non lo abbandona mai: indicativa è la scena del pestaggio delle persone che avevano molestato la ragazza, è come se non ci fosse altro strumento, altro registro che la violenza come mezzo per gestire le relazioni con gli altri, un richiamo atavico che lo lega all’amico d’infanzia in maniera ineluttabile. E’ un noir che finisce bene? Sì e no, nessun happy end zuccherino, ma neanche un finale nero, troppe le variabili in gioco per far quadrare tutto, anche se c’è uno spiraglio di speranza.

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