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Il terzo uomo

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Aspettando Harry Lime / 2 Luglio 2014 in Il terzo uomo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Prendete un ottimo scrittore, Graham Greene, e fategli scrivere una sceneggiatura. Poi radunate un cast di prima grandezza, che comprenda attori del calibro di Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles e Trevor Howard. Dopodiché ingaggiate un grande direttore della fotografia, Robert Krasker, maestro del chiaroscuro che illumina le scene da par suo, e un talentuoso suonatore di cetra, Anton Karas, in grado di comporre una colonna sonora destinata ad entrare nell’immaginario collettivo. Infine affidate tutto questo ben di Dio a un regista capace e preparato, Carol Reed, che sa dove e come posizionare la macchina da presa e che conosce tutti i trucchi del mestiere. Se mettete insieme tutta questa bella gente, potete stare certi che otterrete qualcosa di grandioso.
Nel 1949 le persone sopra citate lavorarono veramente tutte allo stesso film, e il risultato che ne scaturì fu “Il terzo uomo”, uno dei film più leggendari, citati e imitati di sempre, nonché uno dei rari casi in cui nel mondo del cinema la somma dei talenti coinvolti nella realizzazione di un film ha dato l’esito sperato. Nel cinema, infatti, non sempre uno più uno fa due, ma nel caso de “Il terzo uomo” sì, perché qui sia davanti che dietro la cinepresa c’era gente che sapeva fare il suo lavoro egregiamente e che si è impegnata a fondo per ottenere il massimo risultato possibile. C’è Joseph Cotten che interpreta uno squattrinato scrittore americano di modesti romanzi western che si improvvisa detective, Holly Martins; c’è Alida Valli (la quale nei titoli di testa viene citata solo con il cognome) che recita nei panni di un’affascinante e malinconica attrice teatrale cecoslovacca, Anna Schmidt; c’è Trevor Howard che ricopre il ruolo di un ostinato poliziotto inglese che dà la caccia ai criminali, il maggiore Calloway; e soprattutto c’è Orson Welles che presta il volto a un personaggio amorale e ambiguo giustamente entrato nel mito, Harry Lime, un cinico e spietato trafficante di penicillina che rappresenta il male in persona, che entra in scena solo a metà film ma che, nonostante compaia poco, finisce per diventare il protagonista assoluto e incontrastato della vicenda.
Anche quando non si vede, Harry è come se fosse sempre presente, dal momento che tutti parlano di lui: da Holly, il suo vecchio amico che giunge a Vienna dall’America per incontrarlo, ad Anna, la sua amante che dopo la sua morte si ritrova sola e con il cuore spezzato, passando per Calloway, che vorrebbe fargli pagare tutto il male che ha fatto e tutto il dolore che ha causato con il suo traffico illegale di penicillina sbattendolo in prigione e gettando via la chiave per sempre. Tutti parlano di Harry, dall’inizio alla fine del film. E’ lui il fulcro attorno al quale ruota tutta quanta la storia. Che sia vivo oppure morto, non importa: Harry è il centro di tutto. Lui, però, non si fa vedere, almeno nella prima parte. Si fa attendere come Godot, ma a differenza di quest’ultimo, che non arrivava mai, Harry, a un certo punto, arriva eccome. La sua entrata in scena è da antologia: dopo aver fatto credere agli altri di essere passato a miglior vita, più o meno a metà film lo vediamo comparire di notte nel buio dell’androne di un palazzo completamente vestito di nero, lui che sembrava fosse stato investito e ucciso da un’automobile e che era stato tumulato davanti agli occhi dei suoi amici, mentre un gatto gli fa le fusa e lui sorride sardonico.
Un’apparizione folgorante, la sua, di quelle che lasciano il segno e che non si dimenticano più. Poi, però, dopo essere sbucato dal nulla come un fantasma, Harry sparisce di nuovo. Si nasconde nelle fogne come un topo, e in quel posto lurido e maleodorante, al termine di un lungo e spettacolare inseguimento, si compirà il suo amaro e tragico destino. Insomma, dei quattro protagonisti, Harry Lime è quello che si vede di meno, ma è anche quello di cui si parla di più e che funge da filo conduttore tra i vari personaggi che popolano il film. Senza di lui, “Il terzo uomo” perderebbe molto del suo fascino. E’ banale e scontato dirlo, ma è la pura e semplice verità. Aveva ragione Alfred Hitchcock quando diceva che “più riuscito è il cattivo, più riuscito sarà il film”. Harry Lime è un cattivo coi fiocchi: malvagio, crudele e insensibile, la sua ombra minacciosa si allunga sinistra su tutta la pellicola.
In una delle tante scene memorabili, mentre discute con Holly, Harry, con il suo tipico atteggiamento sprezzante, giustifica le sue azioni criminose con un monologo indimenticabile: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”. Welles è superlativo, e con la sua imponente e inquietante presenza domina il film in lungo e in largo, ma anche Cotten, Howard e la Valli sono eccellenti. Impeccabile la regia (magistrale l’uso del grandangolo), sontuosa la fotografia (per la quale Krasker vinse l’Oscar) e stupenda la colonna sonora (e pensare che Karas era alla sua prima esperienza come compositore di musica per film). E per ultimo, ma non per questo meno importante, il fascino decadente di Vienna, una città messa in ginocchio dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e divisa in quattro zone presidiate dai russi, dagli americani, dagli inglesi e dai francesi, che si rivela una location perfetta per ambientarvi una storia che parla di intrighi, delitti, traffici di medicinali e morti che ritornano. “Il terzo uomo” (premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes) è un classico intramontabile e imperdibile.

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Allegro senza gioia, come il fischiettare al buio / 30 Giugno 2014 in Il terzo uomo

In una Vienna semidistrutta e resa tetra da un magnifico bianco e nero, dove le strade sono sempre lucide e le ombre gigantesche, Reed fa scorrere un noir classico e intrigante con le maiuscole interpretazioni di Joseph Cotten (inciso: mi chiedo per quale motivo gli abbiano dato lo strambo nome Alga Martins nell’edizione italiana…), della splendida Alida Valli e dell’istrionico Orson Welles.
Uno strano effetto viene dal persistente commento musicale dello zither, bizzarro strumento a corde dal suono simile all’ukulele; il grande critico Roger Ebert a proposito della immortale colonna sonora di Anton Karas disse: “The sound is jaunty but without joy, like whistling in the dark” (il suono è allegro ma senza gioia, un po’ come il fischiettare nell’oscurità”.
Altra perla di questa pellicola – davvero inevitabile per i cultori del noir – è il finale, col lungo viale alberato del cimitero e la lunga, “gelida” passeggiata della Valli davanti a Cotten.

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30 Luglio 2011 in Il terzo uomo

Soltanto a livello recitativo ho trovato qualche piccola pecca, ma solo perché prediligo Joseph Cotten nel ruolo del cattivo (mi ha tanto convinta nell’hitchcockiano “L’ombra del dubbio” che fatico, ora, a vederlo in altri ruoli). Ottimo, invece, Welles, nella parte del terzo uomo, del “fantasma” compianto, celebrato, difeso, da un lato, diffamato e demonizzato dall’altro; la verità, come sempre accade, sta nel mezzo, e Welles ce lo dimostra con quella faccia non bella ma affascinante ed estremamente espressiva: una faccia che muta, riflettendo i cambiamenti che avvengono nell’animo di Harry, il suo personaggio. Prima sicuro, pratico, spietato, disposto persino ad uccidere il suo migliore amico pur di proteggere i miserabili affari nei quali è invischiato, poi logoro, sporco, braccato (e nell’eterna scena dell’inseguimento finale mi ha ricordato non poco il Lorre del langano “M – Il mostro di Düsseldorf”, anche se il personaggio di Welles è più fiero dell’altro, meno meschino, e quasi eroico in un sacrificio necessario ma non ancora sufficiente a cancellare il male da lui cagionato), con quelle dita nere che, fuori dalla grata del tombino, si tendono verso un’impossibile salvezza. Bello, perché indubbiamente modellato sulle eroine greche, anche il personaggio della Valli: maltrattata, fiera ed indomabile, contribuisce perfettamente all’intrigo, aiutando protagonisti e spettatori a tirar fuori e delineare i propri sentimenti, a capire dove sta la ragione e dove sta, invece, il torto.
E poi Vienna, cornice ideale per una storia di questo tipo, con i suoi androni oscuri, le sue lampade enormi, le sue giostre abbandonate. La decadenza di certe imponenti architetture si unisce alla polvere delle macerie; la fotografia fumosa, le inquadrature storte, l’ingigantirsi delle ombre (al punto che, appena ritrovato l’amico creduto morto, il personaggio di Cotten si mette ad inseguire non già lui, ma la sua enorme ombra proiettata sulle facciate dei palazzi), che accresce ancora l’ambiguità del gioco, la dimensione del rischio, ed il tema musicale ricorrente (che, con la sua vivacità, pare tramutare in scene comiche alcuni passaggi di grande pathos) fanno il resto, rendendo questo film un ottimo thriller morale.

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