Recensione su Lo straniero

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Welles in (momentanea) caduta libera, ma soggetto interessante / 4 Gennaio 2017 in Lo straniero

Il terzo lungometraggio di Orson Welles rappresenta un deciso passo indietro, da un punto di vista stilistico, rispetto a due capisaldi come Quarto potere e L’orgoglio degli Amberson. Forse è meglio dire che Welles si sia semplicemente normalizzato, abbandonando le sperimentazioni dei suoi primi due film (soprattutto il primo), che solo in futuro otterranno il giusto riconoscimento, fino a far considerare il regista una sorta di guru incompreso del cinema del Novecento.
Ciò che più colpisce in questo The Stranger, non è infatti tanto lo stile della regia, bensì la trama, che già nel ’46 tratta lo spinoso tema della caccia ai criminali di guerra nazisti.
Il personaggio di Mary, la giovane americana che si innamora e sposa l’ex comandante di un campo di sterminio fuggito negli Stati Uniti sotto falso nome, rappresenta simbolicamente la Germania, che si lascia sedurre dal male, rifiutando di credere a ciò che ci SI VUOLE rifiutare di credere.
È l’aspetto più interessante di un film che per il resto non brilla particolarmente, nemmeno per le interpretazioni degli attori principali: lo stesso Welles è un tantino impacciato nel ruolo del criminale nazista sotto mentite spoglie e solo il segugio che si mette sulle sue tracce, interpretato da Edward G. Robinson, è personaggio davvero credibile.

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