Recensione su Una storia vera

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26 Gennaio 2012

La stessa sperduta provincia americana è un tema che ritorna ossessivo nei “labirintici” rettilinei infiniti, subdola come il serpente a sonagli, scrigno di terribile segreti con l’incrocio delle poche strade che sono la trama di paesini immersi nel granturco.
Pasolini diceva che il cinema assomiglia alla vita, o meglio che questa assomiglia al cinema nel suo scorrere in un lungo piano-sequenza che solo nel momento estremo acquista senso; quando la coscienza, come una moviola, vede riemergere selezionati i momenti unici, determinanti, accostati in un disegno pregno di significato.
È questa l’operazione che compie Alvin Straight giunto all’estremità della sua esistenza: le praterie percorse alla velocità del tosaerba sono le fasi della vita percorse al ritmo dell’esperienza. I lunghi momenti di silenzio, di raccoglimento, di “passaggio” fluido sulle corde della vita, lasciano frammentariamente spazio agli sporadici incontri che sono pretesto della memoria per ristabilire i momenti chiave della vita di Alvin, i momenti in cui il cammino non si sviluppa più sulla strada tesa verso l’orizzonte, ma nella profondità del vissuto.
Il tempo del fluire si arresta. Il tosaerba viene lasciato al bordo della strada. Scende la notte e scoppietta un piccolo falo’; una storia narrata riporta il tempo dell’uomo alla qualità dei propri dolori, dei propri desideri, delle proprie paure, del proprio coraggio.

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