Recensione su Il calamaro e la balena

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Un’impietosa analisi di una disgregazione familiare / 10 settembre 2011 in Il calamaro e la balena

Ambientato a Brooklyn negli anni Ottanta, “Il calamaro e la balena” è un’impietosa analisi di una disgregazione familiare, quella dei Berkman, madre, Joan, padre, Bernard, e due figli, Walt e Frank. I genitori non perdono occasione per tradirsi a vicenda: lui, scrittore in crisi, intreccia una relazione con una giovane studentessa; lei, che a differenza del marito come romanziere sta ottenendo successo, con un maestro di tennis. Inevitabile, quindi, il divorzio, con i figli di dodici e sedici anni costretti a subire tutte le conseguenze del caso. Il regista di questo film, Noah Baumbach, è quello che insieme a Wes Anderson (che qui produce) ha scritto quel gioiellino che è “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”. Purtroppo però Baumbach – qui anche soggettista e sceneggiatore – come regista non è bravo quanto il suo collega più famoso, almeno per il momento. Il limite maggiore de “Il calamaro e la balena” è quello di non saper chiudere la storia con un finale convincente, tanto è vero che alla fine si ha come l’impressione che Baumbach, non sapendo dove andare a parare, abbia preso una scorciatoia fin troppo comoda ricorrendo ad un finale simbolico che, per l’appunto, non persuade appieno.
E’ un peccato, perché per il resto, il film non è affatto male.
In particolare, risulta efficace la descrizione della frantumazione familiare a cui vanno incontro i Berkman, con i genitori troppo indaffarati nelle loro carriere da intellettuali, oltre che impegnati ad intrecciare relazioni extraconiugali, mentre i figli, alle prese con i tipici problemi adolescenziali, debbono assistere alla patetica lotta che mamma e papà, una volta divorziati, ingaggiano per accaparrarsi il loro affetto.
Il cast è ottimo, soprattutto i due protagonisti: Jeff Daniels (chiamato a sostituire Bill Murray), nel ruolo dello scrittore che fatica a trovare un editore disposto a pubblicare i suoi romanzi, offre quella che forse è l’interpretazione migliore della sua carriera; non gli è da meno Laura Linney, un’ottima attrice sempre troppo sottovalutata, che nei panni della moglie stressata può finalmente dimostrare tutto il suo talento.
Bravi pure Owen Kline e Jesse Eisenberg, che interpretano rispettivamente Frank e Walt, i figli dei coniugi Berkman, che di punto in bianco si ritrovano sballottati da una casa all’altra dei genitori separati come fossero dei pacchi postali. Grande la colonna sonora, con pezzi di giganti del calibro di Lou Reed e Pink Floyd: in una bella scena, Walt ha il coraggio di spacciare per sua la mitica “Hey You”, splendido brano, a firma di Roger Waters, imperniato sull’angoscia e l’emarginazione, contenuto nel leggendario doppio album “The Wall”, pubblicato nel ’79.
Il testo della succitata “Hey You” sembra riflettere perfettamente la condizione in cui si trova Walt, che decide di cantare quella canzone perché si identifica con il testo della stessa, specialmente in versi come “Ehi, tu! Lì fuori al freddo / Che diventi solo, che diventi vecchio / Puoi sentirmi? / Ehi, tu! Che stai in piedi nei corridoi / Con i piedi dolenti e fievoli sorrisi / Puoi sentirmi? / Ehi, tu! Non aiutarli a seppellire la luce / Non arrenderti senza lottare”. Ma soprattutto in quello finale che dice: “Ehi, tu! Non dirmi che non c’è proprio più speranza / Insieme noi stiamo, divisi cadiamo”. Infine, una curiosità: appeso al muro di una stanza si vede il manifesto di “La maman et la putain”, capolavoro scritto e diretto da Jean Eustache nel ‘73.

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