Recensione su Le regole dell' attrazione

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Film generazionale / 29 Giugno 2019 in Le regole dell' attrazione

Diciassette anni fa non si poteva ancora valutare la portata critica e lungimirante di questa pellicola, che il regista Roger Avary ricava da un romanzo di Easton Ellis pubblicato 15 anni prima, riuscendo a fondere efficacemente nichilismo giovanile degli anni Novanta con l’autoreferenzialità edonistica degli Ottanta, forze che ancora definiscono la generazione attuale, non solo di adolescenti e giovani.
Vediamo un quadro desolante, fatto di bellocci e freddi automi anaffettivi, non più vittime di un sistema, ma esecutori consapevoli di un’ideologia con le sue regole, il culto dell’immagine, gli eccessi, i rituali di accoppiamento, l’affermazione dell’ego, il cinismo, la ricerca del piacere a tutti i costi. L’amore non trova più posto qui, e quei pochi tentativi di riproporlo sono destinati a fallire. Siamo lontani dal college movie o le serie tv per adolescenti, benchè volti e situazioni richiamino proprio quell’immaginario.
Le modalità narrative sono tipiche della postmodernità, che ha contribuito a plasmare questa generazione col suo disimpegno e la sua forza di seduzione comunicativa. Split screen e rewind, ottenuti con le nascenti modalità digitali, legano la pluralità delle storie e forzano la linearità del tempo.
Ma a differenza di film simili, come quelli di Larry Clark o il più recente Spring Breakers di Korine, la seduzione dell’immagine non rimane fine a se stessa, non costituisce l’ennesima affermazione di leggerezza, non distrae con le iperboli dell’eccesso o del grottesco dalla critica, sconfinando nell’autocompiacimento.
Per la sua capacità di disvelamento e lettura critica, il film di Avary, pur avendo alcuni limiti, può considerarsi uno dei film generazionali più efficaci e significativi degli ultimi anni.

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