Recensione su Revenant - Redivivo

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Revenant, ovvero: il meglio (o il massimo?) che il western di oggi può offrire / 23 gennaio 2016 in Revenant - Redivivo

Revenant è indubbiamente un film interessante per tutta una serie di motivi.
È girato in condizioni estreme, in località difficilmente accessibili e proprio per questo meravigliose.
Ha una fotografia splendida – ancorché aiutata dalla bellezza dei paesaggi e dalla suggestione visiva che da sempre accompagna la neve – con l’utilizzo, per le scene in esterni, di sola luce naturale.
Quest’ultimo aspetto, così come il primo, già da soli rendono l’idea di quanto sia stato arduo girare un film come questo, in un’epoca in cui troppo spesso si abusa della grafica computerizzata, anche per le location che fanno da sfondo alla storia.
La rincorsa alla neve e ai paesaggi vergini ha portato la troupe a girare in inverno (con temperature di decine di gradi sotto lo zero) in posti dove la luce del giorno dura pochissime ore (per il resto le giornate erano occupate da spostamenti degni di spedizioni sherpa, da quanto si racconta).
Su questo aspetto ha ragione Inarritu: sarebbe stato enormemente più semplice girarlo davanti ai green screen, con una tazza di tè in mano, ma il film sarebbe probabilmente venuto una me**a (cit.).
Così come bisogna convenire con il regista quando afferma che non girerà mai più un film in queste condizioni perché “è vero che sono un pazzo, ma non sono uno stupido”.

Ambientato tra North e South Dakota (lo si intuisce dai riferimenti fluviali – Missouri e Yellowstone – oltre che dalla geo-localizzazione delle tribù indiane degli Arikara e dei Pawnee), il film è stato in realtà girato tra Canada (British Columbia per le scene nelle foreste, Alberta per il resto) e Montana (la scena delle rapide), con un finale che, per cause di forza maggiore (l’arrivo della primavera) si è dovuto traferire nell’altrettanto suggestivo scenario della Terra del Fuoco, all’altro estremo del continente americano, con uno stacco paesaggistico che si può notare anche ad un occhio meno esperto.

La storia è quella (in parte) vera dell’esploratore Hugh Glass, abbandonato in mezzo al nulla dopo essere stato attaccato da un grizzly e creduto morto dai suoi compagni.
A tali vicende Inarritu ha aggiunto una duplice vendetta familiare che a tratti lascia perplessi, ma che permette al regista di sfogare la sua pulsione verso la rappresentazione onirica (vendetta familiare di Glass), nonché di mantenere un certo aggancio al politically correct (vendetta familiare dei nativi, che giustifica così le loro azioni violente).
La sceneggiatura si è dunque un po’ allargata per esigenze di spettacolo, rendendo la storia di Glass meno verosimile agli occhi dello spettatore (anche a causa di alcune evidenti forzature mediche).
A ciò si aggiunga una disperata rincorsa al realismo della rappresentazione, che finisce, invece, per portare a risultati diametralmente opposti a quelli voluti. Nella assai cruenta scena iniziale dell’assalto Arikara ai cacciatori di pelli, vediamo frecce che sembrano telepilotate verso i crani dei malcapitati. Si potrebbe affermare: finalmente un po’ di realismo! E invece, a pensarci bene, è esattamente il contrario: gli indiani non erano così stolti da mirare alle teste, con una percentuale di successo che sarebbe stata di un decimo rispetto al colpo mirato al busto.
Dunque prevale l’esigenza di spettacolarizzazione, opposta a quella che aveva portato Arthur Penn nel mitico Piccolo grande uomo, a farci vedere indiani che si avvicinavano ai bianchi armati di fucile soltanto per toccarli con un bastone al fine di umiliarli.
Per altri versi, tuttavia, è un film che si avvicina molto ai western della New Hollywood, quelli della svolta, quelli che si allontanarono dal rigoroso canone dell’età classica (alla John Ford, per intenderci). Il riferimento principale va ovviamente al Jeremiah Johnson di Sydney Pollack (Corvo rosso non avrai il mio scalpo) e non soltanto per le ambientazioni nevose (anche se quello di Pollack era un film decisamente più intimista).

Capitolo regia: innegabilmente interessante lo stile di Inarritu, con questa pletora di piani sequenza calati in mezzo all’azione (memorabile quello iniziale).
Il film è visivamente molto suggestivo e questo è forse il merito principale della pellicola.
Per il resto, una serie di dejavu che rimandano a Malick (e qui il pluri-premiato Lubezki potrebbe aver dato qualche suggerimento) ed altri che voglio immaginare siano omaggi al grande Tarkovskij (oltre alla presentazione iniziale della famiglia di Glass, le carrellate sull’acqua e la scena onirica ambientata nelle rovine della chiesa).

Ed eccoci al tormentato capitolo attori.
Di Caprio – che ormai insegue l’oscar come un’ossessione e che probabilmente quest’anno lo vincerà essendo capitato in una stagione e in una cinquina fortunata – è innegabilmente bravo nell’esplorare tutto lo spettro della sofferenza umana (aiutato, si racconta, da qualche malessere effettivamente patito a causa delle condizioni ambientali estreme).
Eppure la sua espressione è sempre fortemente costruita a tavolino, artificiosa. Di Caprio non ha assolutamente la naturalezza dei grandi attori della generazione precedente alla sua (i vari De Niro, Al Pacino, Jack Nicholson).
Il ragazzo si applica ma non ha le doti, si potrebbe dire, invertendo il noto adagio pronunciato ai colloqui scolastici dai nostri professori.
Eppure, nel panorama – non esattamente entusiasmante – degli attori di oggi, il buon Leo emerge come una delle punte di diamante di Hollywood (se è per questo lo è anche Ben Stiller, seppure in altro ambito).
Apprezzabili in pieno, invece, alcuni attori minori, come buona parte di quelli che interpretano i nativi e il giovanissimo Will Poulter, quest’ultimo, così come i primi, aiutati da un viso assai espressivo e da tratti somatici molto caratteristici.

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