Recensione su Revenant - Redivivo

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La sfida di Iñárritu alla Natura / 18 gennaio 2016 in Revenant - Redivivo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

A prescindere dalle libertà che, nell’adattare la vicenda di Glass per il cinema, Iñárritu ha deciso di prendersi, il film sembra difettare proprio di epicentro narrativo: la trama è abbastanza esile e la pellicola sembra concentrarsi principalmente sulla rappresentazione del conflitto tra Uomo e Natura. Così, la vendetta di Glass sembra addirittura passare in secondo piano, benché sia il motivo per cui il trapper supera qualsiasi avversità con una riserva di risorse quasi ultraterrena. Ciò, di fondo, non sarebbe un male (Herzog insegna), se non fosse che, a conti fatti, il lavoro di Iñárritu sfiora il più puro autocompiacimento, fondandosi su una sorta di martirologio del protagonista e di una sfida personale nei confronti di un contesto naturale che, oggi come allora, limita e condiziona le azioni umane.

In questa messinscena, il regista messicano si è avvalso di una fotografia (Lubezki) e di una colonna sonora (Sakamoto) che, letteralmente, plasmano il contesto: l’una descrive un mondo, anzi, una sorta di demi-monde infernale, con toni lividi e mortali, mentre l’altra si sublima al punto da essere quasi un effetto sonoro, musica che si fa rumore d’ambiente.
Tecnicamente, quindi, il lavoro di Iñárritu risulta ineccepibile, con -in aggiunta- movimenti di macchina virtuosistici e un piano sequenza iniziale di grande impatto.
Taccio sulle considerazioni ammirate generate dalle riflessioni sull’allestimento di un set che deve essere stato pieno di difficoltà gestionali.

Sull’interpretazione di DiCaprio, ho poco da dire, se non che la reputo decisamente positiva: la sua è una prova essenzialmente fisica, indice di un grande controllo dei propri mezzi espressivi, in cui la parola è strumento superfluo, sostituita da un sacrificio fisico che travalica quello del personaggio. Il freddo patito è vero, la fatica -seppur in proporzione differente rispetto a quella che deve aver patito il vero Glass- idem, e così via. Paradossalmente, forse, non è la sua prova più convincente, ma di certo rientra tra le sue migliori interpretazioni.
Bravi anche Hardy e il suo occhio folle.

Posto che la cosa non inficia in maniera determinante le mie valutazioni in merito, non ho gradito appieno il fatto che nella sceneggiatura siano stati inseriti alcuni elementi così sfacciatamente “accomodanti”: stando al romanzo di Punke a cui il film si ispira parzialmente, Glass voleva vendicarsi perché Fitzgerald gli aveva sottratto il fucile e un coltello, i mezzi che, se fosse sopravvissuto, gli avrebbero permesso di procurarsi con maggiore facilità il cibo, di proteggersi, ecc.
Glass vuole vendetta per motivi “pratici”, quindi: in un mondo primitivo votato alla pura sopravvivenza, un pretesto del genere sorregge la sua vendetta in maniera decisamente plausibile. Invece, Iñárritu ha voluto empatizzare a tutti i costi con la platea contemporanea, inventandosi una famiglia che il trapper non aveva, pur di rendere la sua avventura più “vicina” al comune sentire.
Anche la ricerca della figlia del capo Arikara, inserita per giustificare le rappresaglie dei nativi contro i bianchi, è una forzatura. Pur legata ad ottimi e condivisibili intenti votati a sottolineare la brutalità degli invasori e sfruttata per dimostrare che una buona azione non resta mai impunita, è una vicenda superflua: il fatto che si narri che le tribù indiane fossero in lotta fra di loro avrebbe sottolineato a sufficienza quanto il conflitto fosse inevitabile a prescindere.

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