Recensione su Revenant - Redivivo

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Accettare uno sguardo / 4 Marzo 2016 in Revenant - Redivivo

Alejandro González Iñárritu non chiede, fa. Quindi divide: c’è chi gli sta dietro e lo osanna, c’è chi non lo sopporta. È un dato di fatto comune che la sua poetica, e il suo cinema, siano concepiti innanzitutto per stupire e stupirsi, prima che per raccontare; per specchiarsi, prima che riflettere qualcosa. Quindi è altrettanto scontato che l’autore messicano sia sempre così evidentemente presente, nella sua smisurata ambizione, nei meandri delle proprie opere. Questa ingombrante presenza per forza di cose si impone al pubblico, e impone di conseguenza una visione, un punto di vista, uno sguardo. Con Birdman, opera d’avanguardia e film pioniere di nuovi confini nel linguaggio specifico di questa arte, l’autore ci aveva chiesto uno sguardo che, seppur in bilico tra realtà – dei legami, delle vite, degli scontri umani, dell’interiorità psicologica degli “attanti” che creavano lo spazio scenico – e finzione – dello spettacolo e della spettacolarizzazione dello stesso, se non dell’immaginifico potere dell’arte –, riusciva e doveva restare in equilibrio, in un abbraccio totale alla vicenda; con Revenant il punto di vista è essenzialmente reale, vivido, materico. Più vicino ad un Everest, in tal senso, che ad un La sottile linea rossa. Non c’è un altro punto di vista, non c’è altra opzione: anche nelle brevi sequenze oniriche, resta comunque tale, non si trascende, Iñárritu non lo vuole. E lo si deve seguire, volenti o nolenti. Così, se la sequela, appassionante per quanto smisurata e sempre imprevedibile di Birdman, funzionava nella sua interezza e coerenza, in questo caso riesce solo in parte: si fa faticosa, estenuante, a tratti assurda; vuoi anche per un’eccessiva lunghezza che uno script così scarno non richiedeva. I tempi si dilatano, le azioni e le inquadrature diventano ridondanti. Così si arriva a desiderare di abbandonare l’autore, come lo Hugh Glass protagonista, al proprio destino.

Revenant racconta infatti la lotta ancestrale di un uomo contro se stesso e contro la natura: Hugh Glass è la guida di una spedizione di cacciatori e mercanti di pelli, che a causa di un’imboscata dei nativi di quelle sconfinate terre del Grande Nord, sono costretti a fuggire a piedi per far ritorno al proprio forte; ma durante la marcia, Glass viene attaccato da un orso che lo riduce in fin di vita, in una delle sequenze cinematografiche più esaltanti e spettacolari degli ultimi anni, resa con un intero piano sequenza. Quindi, abbandonato al proprio destino di morte da parte di alcuni compagni, assiste inerme all’omicidio del figlio giunto per mano di Fitzgerald, co-protagonista ed antagonista del film interpretato da Tom Hardy. Ora è spinto dal desiderio di vendetta, e trascinandosi a fatica per i boschi, parte la sua odissea alla ricerca dell’assassino. Che è anche nostra. Perché, come si diceva, la macchina da presa di Iñárritu è spinta da un senso di realismo e realtà, che la trasforma in oggetto che non solo palesa, ma si palesa. Palesa i personaggi, restandogli addosso e non lasciandoli mai, inizialmente nel collettivo, poi sempre più verso il protagonista che ha volto di Leonardo Di Caprio (in odore di statuetta per una prova ancora una volta maiuscola): primissimi piani quindi, inquadrature che avvolgono il corpo, che si spostano per mostrare un fucile e ritornano poi sul volto, che indugiano a farci sentire affanni, respiri e dolori. Il film non lesina certo di campi lunghi ad ampio respiro cinematografico, che mostrano paesaggi romanticamente sublimi, e bellezze naturali sconfinate, rese in maniera ancora una volta impeccabile da Emanuel Lubezki, che palesa, anche lui, in questo caso, l’esperienze vissute a servizio del poeta Malick. Ma è l’essere umano il centro della Natura, il polo magnetico al quale la mdp ritorna, incessantemente, in modo ossessivo: lo sguardo pertanto non abbandona Glass, lo segue, arranca e si trascina con lui, è insieme a lui. Ed ecco che la macchina da presa, oltre che palesare, si palesa, quando, per esempio, avvicinandosi troppo per catturare un altro doloroso respiro del suo assistito, le si appanna l’obiettivo. Non chiedete perciò a Revenant voli pindarici, e verticalità metafisiche: tutto è concretamente reale e tangibile. L’immagine è a servizio di se stessa, non del racconto, è a servizio di quell’uomo che decide di accompagnare, non di ciò che gli accade: ed anche questo è un guardare inerme, non coinvolto. Il senso dell’immagine nel cinema di Iñárritu si esaurisce quasi sempre nei confini dell’inquadratura. Anche in questo caso non travalica, perché quello che il messicano ci chiede è di restare ancorati alla terra, alla materia, proprio come il suo protagonista. Aggrappati alla (sua) vita. Quasi sempre. Perché poi, ci piazza il colpo finale: accadeva in Birdman, dove l’ultima inquadratura ci invitava (non imponeva) ad alzare lo sguardo, a fare una scelta, testimonianza rara nel suo cinema. Ed anche in questo caso, l’ultima inquadratura non solo attrae a sé tutti i sensi stilistici dell’opera, giustificandoli, ma trapassa lo schermo: resta ancora uno sguardo orizzontale, questo è vero, ma evade da quei confini, supera la fisicità e la fissità del presente, intercetta un altro sguardo, il più importante, perché è quello che crea profondità di emozione. E ci dice che c’è sempre stato.

1 commento

  1. paolodelventosoest / 4 Marzo 2016

    Ecco cosa non mi tornava nella osannata fotografia di Lubezki! Lavorava con Malick, santo patrono di quell’estetismo fine a sè stesso di cui sono allergico! 😀
    Al di là di tutto, complimenti per la recensione.

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