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Recensione su La tartaruga rossa

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HEY! / 13 maggio 2017 in La tartaruga rossa

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ho trovato un cinema spaziale nella nuova città, peccato che fosse pieno di bambini, peccato che molti genitori non avessero capito che fosse un film d’animazione non veramente adatto a tutte le età – sotto una certa è NO! Per cui siam stati tutto il film con bambini quattrenni che frignavano. E in effetti, perché in questo film muore qualsiasi cosa, avessi 4 anni ci rimarrei male pure io. Perché è una sorta di celebrazione della natura, e nella natura si muore un sacco – e viceversa.
Tempesta, un tizio naufraga su un’isola. Ha con sé, uhm, un barile. Vuoto. Giustamente, è un po’ scorato. Non parla, non parlerà mai, non parlerà mai nessuno (vaglielo a spiegare, al quattrenne che hai obbligato a stare lì), al massimo si sentiranno versi tipo “grunf”, “ouch” e un quasi parola tipo “hey!”. Quest’isola è troppo fica, piena di coca e mignotte. NO! En fait, non c’è nulla, palme, simpatici granchi che lateralmente lo osservano nei suoi tentativi di fuga. Solerte e soleggiato, costruisce più zattere, ma ogni volta è ributtato indietro dall’orizzonte e da una testuta tartaruga rossa. Ti dico subito che a me piacciono le tartarughe quando si chiamano Marta, perché poi puoi dire TartaMarta. Questa ovviamente no, in un film muto i nomi sono accessori. Insomma finalmente riesce ad ammazzare la tartaruga, e voi direte brodo per tutti. NO! Se ne pente, in fondo era l’unica compagnia, la veglia sulla spiaggia. La tarta diventa una tizia irlandese (e non facciamo battute sconce sulle rosse di capelli) fichissima e che gliela da quasi subito (aka: si innamorano). Bon, lui non vuol più andarsene, ha la gnocca, ha un’isola tutta dove la temperatura è 30° sempre, e chi l’ammazza. Manco lo tsunami, che arriverà, perché lo salva il figlio. Avranno infatti un figlio, che nasce gioca cresce e poi se ne va insieme a tre tartarughe, perché dai, per un ado stare in un posto così sai cheppalle. Intanto Lui e lei invecchiano, lui muore. Lei ritorna tartaruga e riprende, l’orizzonte e il mare. Regista olandese, intimismo, benedetto da Miyazaki (ah beh allora c’hai ragione tu comunque), wikwokwak o come si chiama crea un film non per tutti, e manco tra gli adulti. Che celebra la vita e la natura e in c**o alla società che tanto fa schifo. Lo fa attraverso gli occhi dei granchi e un’animazione old style, carboncino e acquarello, con fondali fissi e minuziosi su cui si muovono i protagonisti e il mare, dai colori tenui. La metafora si spreca, e la rinuncia a partire e il fatto che sta tartaruga diventi davvero una irlandese oppure no sono polinterpretabili da tutti i lati, per cui contano meno dell’accettazione di una vita semplice una volta compreso che forse già si ha quel che serve tutto.
E ora fuori di qui tutti i bambino sotto una certa! E i genitori, pure, che la colpa è sempre loro!

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