Recensione su La memoria dell'acqua

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Nonfafreddo, nonfafreddo / 23 Maggio 2016 in La memoria dell'acqua

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Isolati da whatsoever, vivevano popoli indigeni, in Patagonia, che non avevano una parola per dire Dio, nomadi su canoe di isola in isola, e credevano nelle stelle e nell’acqua. Poi non capisco come facessero ma tutti nudi stavano, che a me vien male solo a vedere le foto, sai che freddo fa, in Patagonia. Va da sè che sono stati trrrrrucidati dai colonizzatori, di qualsiasi tipo essi fossero, eran migliaia e son rimasti in 20, e non veramente dei giovanotti, in fede mia. Perché l’acqua era (è!) la vita, ci dice il regista mentre oceani riflettono luci e piogge piovono a raffiche, e intervista poeti, artisti che spiegano una cartina del Cile, che è lungo lungo, tanto che va tenuto piegato, separato, accartocciato. Il migliore è un antropologo flippato che dice “se io posso essere acqua, allora anche tu puoi essere acqua, tutto il mondo può essere acqua!”. Di eccidio in eccidio, virata sui desaparecidos, come Jemmy Button (wikialo!) era stato comprato per un bottone di madreperla, così nell’oceano un bottone incastonato nella ruggine di un binario, un binario? Sì perché la dittatura del golpe 9/11 era così easy che metteva i cadaveri nei sacchi e li buttava a mare legati a un pezzo di binario da 30 kg. Si sa mai. La tesi perché è che tutto torni/parta/attraversi il mare, l’acqua, la Storia, il che d’un lato brillante non è, ma lo diventa con la prospettiva altra ed altera degli sguardi dei vecchi indigeni, la loro storia, che ripete e ritorna e scava nell’acqua. Dove tanto si trovatorna tutto no? E tutti.

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