Recensione su La passione di Cristo

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25 Maggio 2015

Quello che colpisce di più è la mancanza di realismo del film. Le scene notturne – al Gethsemani, nel Sinedrio o durante l’ultima cena – hanno tutte una curiosa qualità onirica. Non so se questo dipende dalle fonti del film (Gibson, com’è noto, si è rifatto non solo ai Vangeli ma anche alle visioni di alcune mistiche medievali); certo è che per i primi quaranta minuti sembra davvero di assistere a un sogno – o meglio: a un incubo. La scena della flagellazione, invece, viene quasi interpretata dal regista come una gara sportiva di resistenza fra Gesù e Satana (che per tutta la durata del film fa la posta a Cristo, cercando di indurlo a far ricorso alle considerevoli risorse dell’onnipotenza e a tirarsi fuori dai guai, mandando così a monte la redenzione). Rivelatrice la preghiera di Maria, che dice al figlio (più o meno): «fino a quando vorrai prolungare tutto questo?». Gesù non subisce le torture: si sottopone volontariamente ad esse. Com’è comprensibile, il realismo della scena ne viene fortemente attenuato, e gli insulti dei soldati romani finiscono per destare piuttosto l’ilarità del pubblico che il suo disgusto. In effetti, contrariamente a quanto lasciavano presagire alcune anticipazioni, la flagellazione è perfettamente sopportabile; l’unica sequenza del film che si possa a buon diritto definire splatter risulta quella della crocifissione.

Dell’antisemitismo del film esito un po’ a parlare, perché appiccicare con disinvoltura etichette di antisemita non è una cosa simpaticissima. Quello che è certo è che per Gibson l’intera popolazione di Gerusalemme vuole la morte di Gesù. Fanno eccezione figure individuali: la Veronica e Simone di Cirene (che il regista, graziosamente, fa apostrofare con un didascalico «Iudaeus!» da un milite romano, tanto per chiarire che gli Ebrei non sono tutti cattivi…), e qualche gruppo anonimo di donne (ma più per debolezza femminile che per vera simpatia, direi: i loro uomini sbraitano e sputacchiano tutti quanti). Si potrebbe sostenere che questa è la prospettiva dei Vangeli; ma a ben vedere gli Evangelisti non dicono tutti le stesse cose: Luca, per esempio, non parla affatto di folle inferocite. Il regista si contraddice un poco: la famigerata frase «il suo sangue è sopra di noi e sopra i nostri figli» (che si legge soltanto nel Vangelo di Matteo) viene ripresa, ma messa in bocca al solo Caifa, non a tutto il popolo; e viene privata dei sottotitoli, ma rimane udibilissima.

Sulle qualità specificamente filmiche non c’è molto da dire: sono infatti quasi assenti. L’uso dello slow-motion, il curioso gusto gibsoniano per i piedoni che irrompono di botto nel campo della cinepresa pestando violentemente il suolo, e soprattutto le scene del corvo che punisce il ladrone cattivo, dell’impudica resurrezione e dell’inconcepibile lacrimone che piomba dal cielo a cose fatte, avrei preferito che mi fossero risparmiati.

Gli attori: Jim Caviezel (Gesù) si limita ad incassare botte, Monica Bellucci (Maria Maddalena) è espressiva come al solito (ma a lei molto è perdonato…). Su tutti spicca Rosalinda Celentano – chi l’avrebbe mai detto? – che è un Satana estremamente efficace.

Il miglior film sulla passione di Cristo, in conclusione, rimane ancora e sempre Jesus Christ Superstar

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