Recensione su Louisiana: The Other Side

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Lo stato delle cose / 30 giugno 2015 in Louisiana: The Other Side

Dopo Stop the Pounding Heart, lo stile documentaristico di Minervini continua a stupirmi, seppure, in questo caso, in proporzione minore: si mantiene indefinibile, infatti, il labile confine esistente tra realtà e finzione. La magia per cui la macchina da presa di Minervini sembra invisibile alle persone in scena è immutata.
Eppure, forse per via della novità della rappresentazione, ho trovato un po’ più convincente il precedente racconto.
Provo a rifletterci un po’ su.

I luoghi sono più o meno gli stessi, il profondo Sud degli States, un mondo a sé, in cui la vita sembra scolorare nei tramonti umidi riflessi nelle acque delle paludi, ma cambia il contesto e, questa volta, il cineasta italiano porta lo spettatore negli angoli più depressi di questo meridione d’America, mostrando uno dei tanti (eppur noti) contrasti della superpotenza.

Il filo conduttore dei due quadri principali del film (Mark e la sua tossicodipendenza; la legione di reduci antigovernativi che decide di organizzarsi militarmente per contrastare un ipotetico ma imminente pericolo) è essenzialmente la desolazione, cui si aggiunge una evidente limitatezza culturale.
Osservando Mark, i suoi amici e i suoi famigliari, sembra di trovarsi di fronte ad uno sconforto millenario, ad un’apatia e ad un’accidia quasi radicate nel DNA.
Seguendo l’addestramento dei futuri difensori dello Stato (?), si percepisce l’emergere di un livore quasi animalesco.

Una terra apparentemente priva di confini fisici in qualsiasi direzione, punteggiata da roulotte, birrerie, chiese e casette che, al massimo, raggiungono i due piani di altezza, bucherellata da paludi silenziose, è una delle più inquietanti prigioni (mentali) che abbia mai visto rappresentate sullo schermo.
Eppure, la documentazione delle briglie psicologiche e comportamentali da cui pensa di sciogliersi la giovane protagonista di Stop… implicavano, a parer mio, l’esistenza di un conflitto interiore molto interessante, sottile e “ragionato”: in Louisiana, si odia tutto e sé stessi, semplicemente perché non sembrano esistere alternative (a tutto e a sé stessi, appunto), senza indagare se tali alternative esistono. Lo stato delle cose sembra immutabile, ma perché?

Questo di Minervini è un racconto molto doloroso, cupo, senza speranze (se ve ne sono, non le ho colte).
In conclusione, forse, l’ho apprezzato di meno rispetto al precedente perché non presenta un vero conflitto interiore, ma “solo” una serie di rassegnazioni (anche nel caso dei paramilitari reazionari posso parlare di rassegnazione, perché sono pronti ad opporsi solo con una forma di violenza fisica ad un un tarlo del loro status quo psicologico).
Resta comunque un lavoro molto interessante e intendo continuare a tenere d’occhio questo autore.

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