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Recensione su La storia di una monaca

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Zinnemann dirige un film che affronta temi alti e impegnativi con rigore e serietà / 30 luglio 2011 in La storia di una monaca

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Una ragazza belga, Gabrielle van Der Mal, figlia di un noto chirurgo, spinta da una forte vocazione mistica, entra in convento per intraprendere l’impegnativo cammino di formazione spirituale per farsi monaca. Una volta presi i voti, Gabrielle diventa Suor Lucia: il suo desiderio più grande, però, è quello di mettere a frutto i suoi studi di medicina per andare a lavorare, come infermeria, in Congo, dove ella intende aiutare i più bisognosi. Ci riuscirà, ma solo per un breve tempo, dato che verrà richiamata in Belgio per riprendere la vita monacale che lei mal sopporta, al punto che deciderà di abbandonarla per sempre pur di tornare, da laica, a potersi dedicare ad opere di carità.
Fred Zinnemann dà fondo a tutta la sua abilità di autore classico e firma un film che possiede un impianto visivo e narrativo di esemplare semplicità. La pellicola mette in risalto temi alti e impegnativi, a cominciare da quello della dedizione assoluta che richiede la vita religiosa (con tutte le conseguenze che essa comporta: privazioni, rinunce, sacrifici), attraverso il personaggio di Gabrielle, una ragazza ventenne che inizialmente entra in monastero entusiasta della propria scelta, salvo poi, una volta messa alla prova dalle rigide regole della vita claustrale, essere assalita dal dubbio di aver sbagliato tutto, anche perché la sua principale ambizione era quella di assistere gli indigenti facendo l’infermiera volontaria nel Congo belga.
Zinnemann affronta tutto ciò con una messa in scena sobria e rigorosa, adottando uno stile asciutto e senza fronzoli, completamente scevro da enfasi. Il ritmo è lento, i dialoghi scarni ed essenziali (specialmente nella prima parte, in cui i silenzi la fanno da padrone) e la durata (149 minuti) non indifferente; ma al regista va riconosciuto un merito: quello di aver realizzato una pellicola che riesce a coinvolgere e appassionare profondamente lo spettatore.
Dopo una partenza laboriosa, la storia cresce lentamente con il passare dei minuti, fino a culminare in un finale emozionante, con la bellissima e commovente scena in cui Audrey Hepburn, nella parte di Suor Lucia, si toglie definitivamente, seppur a malincuore, la veste da monaca per tornare a reindossare gli abiti civili.
A proposito della Hepburn: bisogna ammettere che all’inizio fa uno strano effetto vederla vestita da suora, poi però, man mano che la storia procede, la (sempre) splendida Audrey ha modo di dimostrare tutta la sua bravura interpretando ottimamente un personaggio sfaccettato. Una prova davvero convincente, sicuramente una delle migliori della sua carriera.
Accanto a lei, risultano efficaci anche Peter Finch (nel ruolo del dottor Fortunati) e Peggy Ashcroft (nei panni di Madre Mathilde). Validi, infine, i contributi offerti dalla colonna sonora di Franz Waxman e dalla fotografia di Franz Planer. Il film, tratto dall’omonimo libro di Kathryn Hulme, adattato da Robert Anderson, ebbe sei nomination agli Oscar, ma non ne vinse nessuno.

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