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Recensione su La morte corre sul fiume

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7 aprile 2017

La morte corre sul fiume si annovera tra i cult movies del passato, grazie all’ironica figura del pastore Henry Powell – straordinariamente interpretato da Robert Mitchum -, rappresentando uno dei miglior villain “dimenticati” dell’universo cinematografico.
È proprio attorno a questo grottesco personaggio che ruota il film, un elemento discordante in quella che rappresenterebbe un’avventura per ragazzi ma estremamente cupa per il pubblico a cui potrebbe essere rivolto.
C’è fanatismo religioso, rappresentato da eccessi e bigottismo, sfruttato dal pastore per esercitare una contorta volontà divina che punisce i peccatori, abbindolando povere vedove e menti frastornate dalla fede soltanto per manipolare ed avere un proprio tornaconto.
Grande capacità dietro la cinepresa nel proporre una fotografia davvero d’effetto, con sorprendenti giochi di ombre.
Peccato che il film risulti noioso in alcuni tratti, mascherandosi da thriller quando in realtà possiede un esoscheletro da film per ragazzi “coraggiosi”, a cui la pellicola è rivolta risultando però inappropriata non solo per i contenuti maturi ma anche per la sua impostazione che non riuscirebbe ad esser compresa, divenendo semplicemente ambigua per il pubblico più giovane.
Finale deludente, intriso dalla morale della Grande Depressione, per lo più propinata durante le festività natalizie. Cliché, laddove poteva funzionare per il pubblico dell’epoca che sicuramente si scandalizzò per il film ma figurarsi se poteva esser permesso ad un ragazzo di vederlo dati i contenuti.
Durante la visione si spera in un concreto distacco dall’impostazione che lo accosta ad un film (involutamente) inappropriato per i ragazzi per divenire film rivolto agli adulti in maniera effettiva, in attesa di qualche scelleratezza attuata dal pastore, che brama di compierle e che lo farà anche, ma tramite gesti mascherati, limitandosi a perseguitare i due bimbi e stregare giovani fanciulle con il suo charme maledetto.

2 commenti

  1. Stefania / 24 maggio 2017

    Ho l’impressione (non ho alcun riferimento concreto a cui appigliarmi 🙂 ) che l’ambientazione natalizia sia stata usata in maniera ironica (non so se il finale natalizio sia presente anche nel romanzo originale), proprio per smontare il moralismo di cui parli, sbalestrando i cliché di (per dirne uno) Capra. In questo senso, forse, il “miracolo di Natale” di Laughton sia di natura, come dire, irridente.
    Ad ogni modo, sono estremamente d’accordo con te sull’ “esoscheletro” narrativo: è chiaramente una fiaba tradizionale, un’avventura per capitani coraggiosi, ma, ovviamente, non è diretta ai ragazzini, benché i protagonisti siano tali, ed è anche per questo curioso ribaltamento delle prospettive che l’ho trovato un film molto interessante.

  2. Samurai Macedonia / 3 luglio 2017

    Film interessante lo è. Forse ero io ad avere altre aspettative che non mi hanno permesso di apprezzare la visione quanto magari avrei dovuto.
    Lo smontamento del cliché sarebbe sensato. Probabilmente non ci pensai perché ero ancora interdetto e condizionato da ciò che vidi.

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