16 Recensioni su

The Neon Demon

/ 20166.5211 voti

Il Neon non funziona / 23 Agosto 2019 in The Neon Demon

Deludente film di Nicolas Winding Refn (Drive) sul mondo della moda.
La sedicenne Jesse (Elle Fanning) è appena arrivata a Los Angeles e cerca di farsi spazio nel mondo delle modelle; grazie alle foto di Dean (Karl Glusman) e all’amicizia della truccatrice Ruby (Jena Malone) inizia la sua scalata verso il successo. Ma due “colleghe”, Sarah (Abbey Lee) e Gigi (Bella Heathcote), inizieranno a essere invidiose del suo successo.
L’inizio è discreto anche se eccessivamente lento, nella seconda parte decade poi tra immagini visionarie e venature horror vagamente ispirate a Suspiria di Dario Argento. La metafora del mondo della moda visto come un mondo di vampiri e cannibali poteva anche essere interessante ma lo svolgimento è sottotono, sia nel ritmo che nelle scene.
Nel resto del cast da citare Christina Hendricks è il capo dell’agenzia di modelle che assume Jesse, Keanu Reeves è il proprietario del motel dove alloggia Jesse.

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Incongrua farragine / 26 Marzo 2019 in The Neon Demon

The Neon Demon consiste in un certo senso di due film giustapposti. Nel primo seguiamo le peripezie di un’ingenua provinciale che diventa una modella, suscitando in misura eguale attrazione, ammirazione e invidia. La vicenda è molto esile, ma viene sostenuta da una bella fotografia, che ricorre a frequenti primi piani per registrare i più minuti moti dell’animo dei protagonisti. Questa ricerca della bella immagine rischia a volte di finire nel kitsch, ma The Neon Demon è abbastanza bizzarro da evitare – sia pure per poco – lo scoglio.
Alla metà esatta della durata totale inizia un altro film. La provinciale si trasforma in una più cinica professionista, in seguito – pare di capire – a possessione da parte del demone eponimo. A tratti sembra che l’ingenua ritorni nel suo corpo, ma non è facile dirlo. Ci vengono quindi mostrati, in successione: aggressioni a sfondo sessuale, episodi di necrofilia e cannibalismo, e – più banalmente – ragazze nude sotto la doccia e ragazze nude con la canna dell’acqua in mano. Situazioni da exploitation film, insomma, che si alternano con totale gratuità, senza uno straccio di giustificazione non dico logica ma neanche emotiva. La fotografia eccellente della prima parte sembra scomparsa, o perlomeno è oscurata da un nuovo gusto per il dettaglio macabro e/o rivoltante.
Cosa pensare di questa incongrua farragine? Forse che un regista brillante si è reso conto troppo tardi di avere per le mani materiale insufficiente per comporre un gran film, e ha cercato un’altra via per ottenere il clamore mediatico? Chissà.

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Masturbazione tecnica / 1 Ottobre 2018 in The Neon Demon

La dimostrazione che la tecnica non fa un bel film, visivamente interessante ma privo originalità o creatività con una protagonista che poco funziona perchè poi non è nemmeno così bella come dovrebbe essere. Banale il finale e banale la storia, tanta maestria per un così piatto e piccolo contenuto.
Non è come la rocchetta pulita dentro e bella fuori e solo acqua cristallina colorata (perdonatemi l’ossimoro) che sfugge lenta. Sarebbe stato interessante come corto

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Visivamente stupendo. / 14 Luglio 2018 in The Neon Demon

La fotografia di questo film è uno dei suoi punti forti. Ogni inquadratura è studiata eccezionalmente per conferire una perfezione visiva che caratterizza ogni momento di questo film. La trama non è niente di eccezionale, non è male e il finale è sorprendente. Per me si merita un bellissimo 8, di cui fa parte anche un comparto musicale degno di nota.

Bello a vedersi,ma sopravvalutato… / 22 Agosto 2017 in The Neon Demon

Visivamente è un film bellissimo agli occhi, affascinante,psichedelico e turbante, ma la trama non prende quota e resta un film banale.
Secondo me, il fatto che sia di ottima qualità cinematografica lo ha reso più sopravvalutato di quanto doveva essere realmente.
Un 5. Non credo lo rivedrò mai.

Se l’occhio vuole la sua parte. / 30 Aprile 2017 in The Neon Demon

Trama discutibile ma visivamente bellissimo, se vi aspettavate un horror, vuol dire che non vi siete minimamente informati, piuttosto vuole essere un thriller, ma il risultato è più quello di un macabro documentario sull’ossessione e la continua ricerca di una perfezione estetica; con questo film Nicolas Winding Refn è riuscito a rappresentare la spietatezza di un mondo fin troppo reale attraverso luci e filtri che creano un impatto visivo magnifico.

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Disturbante, surreale, onirico, visionario. / 3 Febbraio 2017 in The Neon Demon

Refn è così, o lo ami o lo odi, io lo amo.
A fine visione sono rimasto fermo per un po’, quasi paralizzato, era diverso tempo che non mi capitava.
Refn svolta, qua la trama è esile, il mondo della moda, i corpi femminili, il regista danese si prende un grande rischio.
Le immagini sono direttamente proporzionali alla superficialità di questa società in cui entra la protagonista, perchè questo è l’unico modo in cui si può rappresentare, almeno x Refn.
Le musiche algide e potentissime di Cliff Martinez, perfettamente speculari alle immagini, certi momenti sembrano quasi allucinogeni.
“The Neon Demon” è un’esperienza visiva (e sonora) in cui immergersi, una tensione perenne, una disturbante parte finale.
Colpito dalla bellezza e dalla bravura delle protagoniste, in particolare Abbey Lee.
Non è un film x tutti, la critica si è divisa, diversi fischi alla proiezione a Cannes, il pubblico non l’ha premiato, flop al botteghino.
Personalmente nella mia “Top 3” del 2016.

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Horror film? Più che altro orrore di film / 26 Gennaio 2017 in The Neon Demon

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo averne tanto sentito parlare ho voluto guardare queste due ore scarse di pellicola a mio avviso buttata.
Due ore che sembravano già passate dopo il primo quarto d’ora.
Film totalmente vuoto e pretenzioso, personaggi senza un minimo di spessore, recitazione discutibile e nessun elemento horror (naa, nemmeno il finale che sembra uno splatter di ultima categoria leggermente imbellettato da luci e un budget sicuramente più alto).
Metà delle scene non hanno alcun senso (solo io non ho capito minimamente per quale motivo a Los Angeles un grosso felino che sembra un puma sia entrato in una stanza d’albergo? e ce ne sono tante altre) e l’altra metà mi facevano venire una voglia irrefrenabile di skipparle, per quanto lente e prive di contenuto.
Non spiega assolutamente nulla di quello che si vede, il tutto è lasciato al caso e forse a un voluto, ma per niente riuscito, sensazionalismo.
La colonna sonora è forse attribuibile alla synthwave, per quanto la maggioranza dei pezzi siano anch’essi vuoti e brutti (faccio synthwave da anni e ho sentito centinaia di artisti migliori nel genere).
Questi colori e luci che dovrebbero forse richiamare gli anni 80 in realtà non li richiamano per niente, addirittura sembrano sbeffeggiarli e a tratti riescono persino ad essere fastidiosi. La fotografia in certi tratti è interessante, ma nulla più.
In conclusione, un film da NON guardare, non si gioca al grande regista con delle carte che non andrebbero bene nemmeno per un videoclip musicale.

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Meno di 0 / 7 Gennaio 2017 in The Neon Demon

Film orribile! Lento, noioso, non succede mai nulla, qualsiasi scena dura fin troppo. Gli attori (le attrici, visto che sono praticamente tutte donne) non dire una parole di mettono attimi infiniti!!!!! Totalmente inutile… 2 ore della mia vita buttate al vento …

The Neon Demon / 30 Dicembre 2016 in The Neon Demon

Refn gioca a fare il Lynch ma quello che emerge dopo la visione di “The Neon Demon” è solamente tanta noia e senso di frustrazione per aver assistito a un’ora e mezza di vuoto assoluto nonostante l’indubbia potenza delle immagini. Condanna ad una società ossessionata dall’aspetto esteriore? Sì, ma nulla che non sia già stato detto (e molto meglio) in passato. Asettico.

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Esercizio di stile? / 24 Novembre 2016 in The Neon Demon

Richiami Lynchiani e DePalmiani, con una spruzzatina dell’Argento di “Suspiria” per un film che mette in fila una serie di belle immagini accompagnate da una sontuosa colonna sonora, il tutto un po’ fine a se stesso.
Opere abbastanza misogina, oltretutto.

La morbosa ricerca della bellezza. / 5 Novembre 2016 in The Neon Demon

Devo ammettere che mai come ora ho avuto difficoltà a giudicare un film e
non penso di essere l’unico. L’intento di Refn sembra essere proprio quello: confondere e sorprendere. Lo fa attraverso un climax ascendente di perversione, che raggiunge l’acme con la necrofilia ed il cannibalismo.
Non è sicuramente un film rivolto al grande pubblico: il regista mira a colpire nel profondo quella nicchia di persone che posseggono una apertura mentale (in senso cinematografico, sia chiaro) tale da godere di questa perversione che tanto lo affascina.
La fotografia svolge un ruolo basilare, anche e soprattutto attraverso quel contrasto dato dal blu elettrico e dal fucsia, e porta lo spettatore verso quel clima di angoscia e confusione tanto ricercato.
La trama sembra essere stata tralasciata a vantaggio dell’arte visiva, quasi come se si volesse portare lo spettatore ad una mostra piuttosto che a vedere un film.
In definitiva, il regista si immedesima nel suo personaggio in questa sua ricerca della perfezione, ma, come quest’ultima, si perde nella sua vastità.

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Ambizioni di un regista divorato dalla sua stessa fama / 19 Ottobre 2016 in The Neon Demon

Non bastano un’ottima fotografia o una scenografia raffinata per fare di un film un’opera d’arte.
Non è necessario essere provocatori per lasciare un segno indelebile.
Ma soprattutto non fa alcun effetto l’ennesima storiella della modella a caccia di notorietà, agnellino in mezzo ai lupi, cappuccetto rosso perso nel bosco di uno star system crudele e ambiguo.

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Annuale Parabola sulla Star System / 12 Giugno 2016 in The Neon Demon

Refn autocelebrativo al Cinema d’installazione, troppo compiaciuto per accorgersi che l’interessante metacinema, finisce per divenire un prevedibile pretesto digeribile più per dietrologie.

L’eccesso che eccede / 12 Giugno 2016 in The Neon Demon

Si può far finta che la trama non conti, che la sceneggiatura non sia fondamentale, che l’assenza sia un elemento riempitivo della storia, che l’estetica basti a sé stessa, e che la narrazione si strutturi per vuoti. A volte sì, si può far finta: ci sono film ai quali non è richiesta una sceneggiatura complessa, ma semplice ed ordinaria, una trama conclusiva e corretta nelle regole della narrazione, cioè quei film volutamente “persi” in territori ludici e sensorialmente sovraccarichi, dove il linguaggio della settima arte, inteso a renderne la purezza, quindi l’essenza originaria, basta e sublima ogni aspetto, tanto da diventare esso stesso significato dell’opera. Ma non è il caso di “The Neon Demon”, ultima opera di Nicolas Winding Refn, regista danese che, oggi, e alla luce di questo ultimo lavoro, definire geniale e visionario risulta riduttivo. “The Neon Demon”, infatti, per dirla in modo spicciolo e diretto, e per intenderci senza troppi rigiri di parole, non è “Mad Max-Fury Road”, e cito uno degli ultimi esempi di quel genere di film sopra indicato: non ne ha le intenzioni, né quindi l’approccio perché non può classificarsi come cinema d’intrattenimento. Ergo ha bisogno di una trama che sia tale (una “tessitura” di eventi, azioni che rispondano ad un senso preciso), di una sceneggiatura che non sia banale, soprattutto nei dialoghi e nella tenuta a tutto tondo dei personaggi (non solo psicologica, ma anche “esteriore”, “frontale”). Ecco allora che “The Neon Demon” si avvicina così pericolosamente ad un tipo di cinema che sembra andare addirittura oltre il postmoderno, oltre l’astrazione stessa, verso una poetica da video-installazione dove l’estetica dello sguardo non accetta e comprende più sé stessa come causa e scopo, ma resta sospesa dentro un vuoto che è concezione esclusivamente egoistica del suo autore.

C’è sicuramente un cinema che sta anticipando i tempi, e di recente Malick, Lynch, Carax, ce ne hanno reso testimonianza tanto da farci sentire dei privilegiati. Anche Refn ha dentro di sé una forza sovrannaturale che lo spinge involontariamente a concepire un cinema per il cinema (portare al centro dell’inquadratura il cinema stesso), o l’arte per l’arte, abbattendo i soliti schemi, e esplorando nuove terre, ancora illibate. Ma se con “Drive” (2011) era riuscito a tenere questa forza propulsiva incanalata in un percorso coerente, con “The Neon Demon” vi riesce solo nella prima parte del film, eccedendo poi in tutta la parte finale: ciò che eccede è l’eccesso stesso. Ed è quantomeno contorto affermarlo. Ma è così. L’eccesso di per sé non è sbagliato, Refn lo ha sempre instillato nel suo cinema, in una forma aggressiva, ultramoderna, compatta, perciò impeccabile: lo ha fatto violentando l’immagine, ma raccontando la stessa realtà, lo stesso mondo, gli stessi contrasti di luce ed ombre, di bene e male, che popolano la narrativa da sempre. Ma nella storia di Jesse, giovanissima modella georgiana interpretata dalla magnetica Elle Fanning (inusuale vederla in un ruolo così complesso), arrivata a Los Angeles per trovare il successo nel campo della moda, e nella sua conseguente trasformazione da personaggio incontrastato in demone subdolo e sottilmente distruttivo, questa poetica dell’eccesso eccede, liquefandosi e diventando qualcosa perciò di incontrollato, soprattutto per lo spettatore.

A “The Neon Demon” manca una compattezza di sceneggiatura, manca la forza della storia, capace di alzare degli argini: che poi possano essere anche muri di un labirinto intricato poco importa. E il rimpianto è tutto qui, perché bastano poche sequenze, come quelle iniziali, per inchinarsi di fronte ad un autore come Refn, capace di far collimare in vette cinematografiche non conosciute e inesplorate, scelte registiche invidiabili, dentro un ordine di linguaggio stilizzato e di una messinscena gelida e folgorante, grazie alla solita fotografia curatissima, e in questo caso stroboscopica e suadente, grazie alle solite musiche elettroniche da palpitazione. Di questi frammenti ne troviamo traccia per l’intera durata del film: preso a pezzi “The Neon Demon” è elegantemente perfetto. E vero testimone di quella Bellezza che vuole decantare, anche in tutte le sue eccessive accezioni. Cioè qualcosa che veramente “violenta” lo sguardo dello spettatore, uno sguardo che nell’occasione si scopre, miracolosamente, nuovamente verginale. Ma nella sua interezza il puzzle non funziona. Se in altri suoi film alla “redenzione” (a volte rappresentata da un personaggio pulito e puro, a volte da un evento) veniva lasciato un importante riscatto, questa volta viene brutalmente (ma anche malamente vista la sconfortante banalità del dialogo) allontanata, dopo che aveva cercato di porre l’attenzione su una bellezza tutta interiore, per bocca dell’amico di Jesse. È un ripudio definitivo, ma forse inaccettabile di quell’interiorità (non per forza di contenuti o messaggi, ma anche semplicemente intesa come scheletro e muscolatura) che una sceneggiatura altrettanto “forte” avrebbe potuto dare al film, capace cioè di conferirgli un equilibrio nelle fondamenta, per impedire, a lui e a noi, di addentrarci in territori dove quella Bellezza è solo un corpo freddo, inanimato, sterile, e violentato, infine, dallo sguardo dello spettatore. Inerme. E costretto.

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Coniglietto mannaro / 8 Giugno 2016 in The Neon Demon

Esteta compiaciuto delle proprie ossessioni, Refn dedica il suo ultimo film a quell’universo femminino che lo affascina e possiede intimamente: con The Neon Demon il regista danese mette in scena una femminilità aliena e superna, definita tale dalla Natura o dai bisturi, magica e stregonesca, in cui dualità ancestrali come l’innocenza e la violenza convivono per dare equilibrio al mondo.
Incorniciata in un contesto glamour come quello dei set fotografici di moda, la storia è un’ennesima versione della legge della giungla: Jesse (Elle Fanning, fatta d’oro e porcellana, simulacro perfetto) è un coniglietto piombato in una selva abitata da animali predatori. Non è un caso che anche la camera del motel in cui vive sia caratterizzata da tessuti a stampe floreali e vegetali (foglie alle pareti, fiori sul copriletto), come se si trattasse di una radura oltre la quale si apre un mondo selvaggio abitato da fiere pericolose (iene che mangiano carcasse, boa constrictor che stritolano senza preavviso, lupi che uggiolano alla porta).
In un gioco continuo di camuffamenti, in cui luci pulsanti e vibranti neon contribuiscono ad alterare la percezione della realtà, il coniglietto cambia pelle (come lo stesso Refn, mai uguale a se stesso, nei suoi film), anzi mostra ciò che nasconde sotto la morbida pelliccia: ambizione e pericolo(sità).

Come dicevo all’inizio, Refn è particolarmente compiaciuto, sia di sé che della propria creatura cinematografica: asseconda pulsioni personali, mette in scena virtuosistici feticci estetici e tecnici per appagare, qua come mai, finora, il proprio piacere.
Con le sue perversioni visive, uditive e narrative, questo film sembra essere stato creato per essere destinato ad una visione privata, il cui unico spettatore è il suo artefice.
La confezione del film, palesemente calcolata al millimetro, è algidamente perfetta, priva di qualsivoglia sbavatura formale, caratterizzata da una efficacissima fotografia, da una scenografia che ibrida gigantesche superfici polite con pesanti dettagli barocchi e, inutile ribadirlo, dalla “solita” attentissima commistione tra immagini e musica (ancora Cliff Martinez in cabina di pilotaggio, ma anche il brano di Sia sui titoli di coda, Waving Goodbye, è particolarmente potente).
La sua freddezza, però, domina a tal punto la mise-en-scène da disorientare lo spettatore: Refn sembra dimenticarsi del pubblico, perso nella giungla delle proprie suggestioni, per prenderlo improvvisamente alla giugulare ad un quarto dalla fine, quando lascia che l’erotismo latente nel resto della pellicola prenda il sopravvento durante una sequenza particolarmente disturbante che segna definitivamente la cifra narrativa del film: Refn ha realizzato un film pienamente horror, non certo per via dei suoi truculenti elementi di genere, ma perché parla apertamente di sopraffazione e cannibalismo. Non a caso, con le sue numerose citazioni (Bava e Argento su tutti), Refn ha fatto a brandelli, fagocitato, decostruito e ricomposto la lezione dei classici (anche dal punto di vista narrativo: la storia è abbastanza banale, ma la confezione tempestata di lustrini la trasforma in ben altro).

Meno immediato che in altre occasioni (Drive e Bronson, per esempio), Refn rischia grosso, con questo film, e lo “scandalo” gridato a Cannes lo dimostra.
The Neon Demon è una pellicola da metabolizzare con lentezza, perché stordisce, letteralmente, e lascia interdetto lo spettatore, incerto se farsi ammaliare totalmente da un film che non sa se definire bello e pericoloso come un fiore tropicale o se criticarlo in quanto puro esercizio edonistico.

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