Recensione su The Master

/ 20126.5243 voti

sette e mezzo / 30 gennaio 2013 in The Master

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Bello è bello, capolavoro no, ma bello. Come mi piacerebbe che uno solo dei registi italiani avesse quella purezza dello sguardo che ha Anderson, come mi piacerebbe che uno solo dei film italiani potesse prendersi il tempo di abbandonarsi al bello come fa questo film anche solo con quell’inizio che ti riconcilia con la settima arte (l’acqua che scivola via e il primo piano di Phoenix). Girato bene, ma davvero bene, sottolineamolo, perché è vero che lui è bravissimo e meno che bene non può fare, ma sottolineamolo. Trovo un po’ troppo avviluppato il soggetto, come se nello svolgerlo vi si fosse imbrigliato. Questo ennesimo capitolo della storia della sua nazione (un monumento dovrebbero fargli) forse perché guarda ad una setta che in USA avendo lo status di religione diventa difficilmente indagabile, forse perché il film non è veramente centrato lì mi sembra troppo concentrato su un tema psicoanalitico mentre il senso del potere così costretto nella diade Hoffman/Phoenix mi sembra svolto in maniera poco spalmabile a livello sociale.
C’è un titanismo fra personalità che la macchina da presa cristallizza benissimo, campi, controcampi, anche la scena della galera, inquadratura divisa in due con le due anime separate dell’io, l’una a sinistra (l’animalità istintuale), l’altro a destra (la ragione). Non mi aspettavo però la stitichezza nelle pennellate riguardanti il contesto sociale, tolta la prima parte in cui si indottrina il reduce al sacro verbo del successo economico/lavorativo e le scene asfissianti e laccatissime sull’immaginario anni cinquanta della provincia regolare, perfetta, equilibrata e necessariamente sorridente, poi Hoffman si muove in un ambiente poco caratterizzato. Ci sono adepti abbastanza ricchi da cercare il balsamo delle parole rassicuranti del profeta, ma l’impatto del suo indottrinamento è così agli inizi che se ne rappresentano le difficoltà (la sovvenzionatrice i soldi li rivuole indietro), c’è la Dern che non capisce il fatto che non sia il testo, il modello che ha importanza, ma l’uomo che le propone, però nulla di più.
Lunga è l’analisi del rapporto di Phoenix con il femminile e il maschile (sin dalle prime scene la madre/donna di sabbia che è il suo simbolo sessuale e femminile di accoglienza vicino a cui si accoccola e che poi chiude il film, la ricerca della donna sognata dolce e femminile, lui è l’unico che non fa sesso se non all’ultimo, ma è concupito, dalla madre reale è guardato e vivisezionato con estremo rigore e giudizio), il bisogno di guida che si placa con la chiusura della lacerazione riguardo all’ideale femminino e alla realtà materno/sessuale della donna. Hoffman è rapito dall’impresentabile Phoenix anche perché è la liberazione degli istinti che lui ha imbrigliati attraverso il dominio della sua Lady Macbeth personale (che infatti non vuole neppure che lui beva) e alla razionalizzazione del vissuto (quella storia del tornare indietro e dell’immaginare avanti non so se sia veramente calata sull’esempio di Scientology, ma ricordiamo che il ricordare il passato e confrontarsi con esso è uno dei meccanismi della psicoanalisi classica che Scientology aborre).. Tutti e due, discepolo e guida, sono diversamente avviluppati dietro a dipendenze e iati non risolti, ma mentre Phoenix desidera un femminile che è luminoso e non castratorio e, seppur con un percorso molto accidentato, alla fine lo trova, Hoffman in fondo è soggiogato dalla sua donna onnipotente che determina e libera lo sviluppo della sua razionalità pura.
Scena splendida l’incontro a Londra, notavo il lato sinistro dell’ufficio con i pavimenti rovinati, la vetrata imponente come un suggello di superomismo subito ricondotto alla realtà .

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