2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte

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L'uomo che uccise Don Chisciotte
L'uomo che uccise Don Chisciotte

Toby, un produttore cinematografico ormai disilluso, viene catapultato in un mondo pieno di avventura e fantasia, quando uno svampito signore che dichiara di essere Don Chisciotte lo scambia per il suo scudiero, Sancho Panza.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: The Man Who Killed Don Quixote
Attori principali: Adam DriverJonathan PryceStellan SkarsgårdJordi MollàJoana RibeiroÓscar Jaenada, Olga Kurylenko, Rossy de Palma, Sergi López, Paloma Bloyd, Lídia Franco, Bruno Schiappa, Terry Gilliam
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura/Autore: Terry Gilliam, Tony Grisoni
Colonna sonora: Roque Baños
Produttore: Mariela Besuievsky, Amy Gilliam, Gerardo Herrero, Gabriele Oricchio, Jeremy Thomas
Produzione: Spagna, Gran Bretagna
Genere: Commedia, Azione, Fantasy
Durata: 132 minuti

TITOLO QUANTO MAI AZZECCATO / 7 Febbraio 2019 in L'uomo che uccise Don Chisciotte

Finalmente dopo una gestazione ridicolmente travagliata ecco venire alla luce (del proiettore) il Don Chisciotte di Terry Gilliam. Che bella notizia. Che bella notizia se non fosse che il film ha perso la sua magia nell’esatto istante in cui è stato portato a termine. Terry Gilliam, comprensibilmente ossessionato, non ha trovato il coraggio di staccare la spina alla sua creatura. A posteriori un vero peccato.

Il film non ha nulla di speciale, sembra troppo imbastito e ragionato. E se un regista istintivo e creativo come Gilliam ragiona troppo su qualcosa il risultato purtroppo è un film poco ispirato e prolisso.
Difficile credere che il film terminato nel 2018 sia effettivamente quello concepito nel 1998. Sappiamo per certo che il film ha subito diverse riscritture in tutti questi decenni e chiaramente non ha giovato alla pellicola.

In definitiva Gilliam ci ha privato di una delle più belle pellicole mai realizzate. Film immortali consegnati alla storia del cinema come il “Dune” di Jodorowky, il “Ronnie Rocket” di Lynch, il “Napoleon” di Kubrick.

Voto: 5,5

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Un’affascinante interpretazione del Don Chisciotte / 8 Ottobre 2018 in L'uomo che uccise Don Chisciotte

Prima di vedere questo film, ne ho letto e sentito i pareri di chi già l’aveva visionato. Pareri piuttosto discordanti, tra chi ne è rimasto deluso e chi addirittura ha gridato al capolavoro.
A mio parere, è un bel film. La trama non ha molta importanza, quanto piuttosto la potenza espressiva sia di alcune scene (Gilliam è un visionario) sia del “concetto” di base, una sorta di “rilettura” del Don Chisciotte, con una componente metanarrativa di riflessione sul cinema.
L’atmosfera generale, a parte l’inizio e certi momenti umoristici, è cupa (o perlomeno, io l’ho trovato tale) e malinconica, ed in questo aiuta anche l’ambientazione suggestiva ed un po’ fuori dal mondo.
Ottima l’interpretazione dei due protagonisti, ed in generale del cast.
Per quel che mi riguarda, il difetto principale del film sono i due principali personaggi femminili. Caratterizzate malissimo, entrambe iper-stereotipate.
E’ vero che in realtà anche i due protagonisti non hanno una caratterizzazione particolarmente approfondita, e del resto il film lavora su degli archetipi, non pretendevo dunque chissà quali sfaccettature profonde.
Ma i due personaggi femminili sono stereotipate all’eccesso, in maniera ridicola anche quando non vuole esserlo.
Ci si poteva impegnare forse un po’ di più, in tal senso.

E’ un film da vedere, a mio parere, senza dare particolare attenzione alle varie opinioni (comprese quelle ben argomentate), sia positive che negative, perché secondo me rientra in quella categoria di film in cui la “soggettività” ha un peso non indifferente. Si basa sull’impatto che un certo tipo di estetica, di messa in scena, suggestioni ed emozioni, può suscitare: è una questione strettamente personale. Se io effettivamente sono sensibile a questo tipo di immagini e “tematiche”, ci sta che altri non lo siano.

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Il senso dell’atto creativo / 1 Ottobre 2018 in L'uomo che uccise Don Chisciotte

Gilliam ce l’ha fatta e, a un paio di decenni (quasi tre), dall’inizio del “progetto Don Chisciotte”, ha portato al cinema quello che, nel frattempo, è diventato il suo film maudit.
In un cortocircuito metacinematografico che lavora su due piani al quadrato (realtà e finzione, nella realtà e nella finzione) e in cui è impossibile non ravvisare voluti echi biografici, L’uomo che uccise Don Chisciotte è la rappresentazione di un’ossessione e di un sogno.
Perciò, è inevitabilmente imperfetto.

Sono tali anche altri lavori di Gilliam, ma, in vari casi, a mio parere, l’indeterminatezza e la confusione che contraddistingue certi suoi progetti ha condotto a più efficaci risoluzioni di questa.
Nell’urgenza, nel bisogno, nella intima necessità di declinare la storia di Cervantes come se fosse un paradigma della propria vita, Terry Gilliam s’è smarrito alla pari dei protagonisti, il calzolaio folle che cede definitivamente alla fantasia e il regista disilluso che accoglie benevolmente la stessa maledizione.
La follia, ovvero l’assenza di senno (quello che, Ariostamente parlando, fugge sulla Luna, un viaggio che Gilliam ha sempre amato raccontare, se non accennare), diventa un’ambizione.

Il Don Chisciotte di Gilliam offre splendidi spunti narrativi e turba nella rappresentazione romantica della pazzia, ma soffre di un’architettura del racconto slabbrata, casuale, puerile, simile a quella imbastita dai bambini che, giocando, sviluppano una storia improvvisandone le svolte a seconda delle necessità del momento.
Purtroppo, qui, l’improvvisazione risulta più un impiccio che un pregio cinematografico. Questo smarrimento narrativo è evidente nell’inserimento di forzature (la storia del terrorismo islamico, in particolare), nella inesistente caratterizzazione dei personaggi e nella relativa resa degli interpreti, evidentemente incerta (Driver s’affanna a rincorrere Gilliam, Joana Ribeiro è palesemente inadatta a incarnare una Musa del peso richiesto, Skarsgård e la Kurylenko non pervenuti). In questo senso, salvo solo la prova di Jonathan Pryce che, supportato dalla giusta “triste figura”, incarna molto efficacemente la disperazione di un uomo che pare consapevolmente imprigionato nella propria condizione di folle prescelto (“Non posso morire” dice molto semplicemente, ed è una piena ammissione di infelicità del personaggio letterario e dell’uomo ossessionato dal mito).

Probabilmente, la mie considerazioni sono fredde e ingenerose, ma ho trovato molto più concluso ed efficace a rappresentare la fissazione di Gilliam il documentario Lost in La Mancha (2002), relativo alla prima lavorazione del film, quella con Rochefort e Johnny Depp. Gilliam ha voluto insistere, ha lottato per anni contro la sfortuna e le beghe legali, pur di realizzare L’uomo che uccise Don Chisciotte, ma ne è valsa la pena?
Se proprio devo riconoscere un merito a questo film, è quello di aver (ri)sollevato una questione importante che, con altri toni e altri modi, hanno affrontato recentemente anche Aronofsky (Madre!) e P.T.Anderson (Il filo nascosto): il senso dell’atto creativo, la paternità dell’Arte e la fruizione di un’opera (Gilliam ha fatto questo film per sé, per il pubblico o per entrambi?).

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