Recensione su Il lungo addio

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Rip Van Marlowe / 13 ottobre 2014 in Il lungo addio

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

il lungo addio è un noir ispirato all’omonimo, splendido romanzo di Raymond Chandler ambientato negli anni ’50 e con protagonista Philip Marlowe, investigatore tutto d’un pezzo dagli alti valori morali (e dalla sigaretta facile), in perenne lotta con la società e l’ordine da esso costituito.
Altman, noto per le sue opere revisioniste (vedi I compari), sposta la locazione temporale negli anni ’70 lasciando però Marlowe immutato, “come se fosse stato addormentato per vent’anni e poi lasciato libero per le strade di Los Angeles”, disincantato cavaliere errante fuori posto in una società in cui non si identifica e che tanto meno lo accetta.
Il Marlowe altmaniano viene raffigurato come un perdente, un malinconico lupo solitario che si lascia trascinare dagli eventi del film senza mai effettivamente prenderne parte attiva: pur se si tratta di donne ambigue, gangster violenti o scrittori hemingwayani ubriaconi, Marlowe mantiene il suo atteggiamento passivo, quasi rassegnato, cercando continuamente la verità sul suo amico Lennox, della cui innocenza è convinto, fino all’atto finale in cui dovrà dolorosamente prender atto della realtà dei fatti.
Al sicuro in Messico, Lennox ammette senza rimorsi d’essere il colpevole e di aver approfittato della fiducia di Marlowe, dandogli inoltre del “born loser”. E’ evidente come i nuclei principali del film siano l’amicizia e il tradimento: così come il gatto, tradito da Marlowe, scompare dal resto del film, anche Lennox rompe la sua amicizia con l’investigatore con un gesto troppo grande per essere perdonato.
Ed e’ proprio qui che Marlowe prende la sua rivincita, rispondendo “Yeah, I even lost my cat” (sciaguratamente mal doppiato nella versione italiana) per poi uccidere Lennox. Marlowe abbandona finalmente la sua passività e cambia a modo suo lo scorrere degli eventi, un atto di ribellione verso la sua natura di loser e una totale rottura dello stereotipo dell’investigatore tanto caro al cinema noir.
Magistrale la regia, con la cinepresa sempre in movimento (per accentuare il voyeurismo dello spettatore, disse lo stesso Altman), e ottimo cast d’attori in cui primeggiano Gould, personalmente il miglior Marlowe mai apparso sullo schermo , e “Johnny Guitar” Sterling Hayden. La splendida fotografia notturna di Zsigmond completa quest’incursione di Altman nel genere noir, regalandoci una delle sue opere più originali e belle.

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