Recensione su The Lobster

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Premessa surreale / 21 Maggio 2019 in The Lobster

C’è qualche traccia di Fahrenheit 451 in questo film di Yorgos Lanthimos: la società distopica dalle regole crudeli; la resistenza che sopravvive nei boschi; un certo tono distaccato del racconto (anche se The Lobster ha una crudezza che manca al film di Truffaut).
Lanthimos ci parla dell’esclusione sociale – portata all’estremo della disumanizzazione – che colpisce chi non trova un compagno; ci parla della menzogna che vive chi l’ha trovato; in breve, ci racconta l’impossibilità dell’amore in un mondo che pure lo valuta moltissimo. Se dovessi indicare una scena rappresentativa dell’intero film, sceglierei quella in cui Olivia Colman canta sul palco con il viso impassibile una canzone romantica.
È notevole il modo perfettamente conseguente in cui il film dipana la premessa surreale da cui parte: i protagonisti si comportano esattamente come si comporterebbe qualcuno che vivesse davvero in un simile mondo, tra goffi imbarazzi, inganni meschini e quieta disperazione. Questo realismo «secondario» riesce quasi a far dimenticare l’assurdità dei presupposti.
Peccato che verso la metà The Lobster perda l’ispirazione che l’ha animato fin lì: la parte nei boschi capovolge un po’ meccanicamente la parte ambientata nell’albergo, senza raggiungere la stessa coerenza narrativa. Mezz’ora in meno di durata avrebbe giovato al risultato finale.

1 commento

  1. Stefania / 21 Maggio 2019

    Interessante questo concetto del realismo “secondario”!

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