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Recensione su The Lobster

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Analisi spietata di una società convenzionale / 18 ottobre 2015 in The Lobster

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

La capacità dell’eccellente Lanthimos di creare universi paralleli profondamente disturbanti è indubbia e tale è anche la straniante ironia nera che li sottende.
Pur ragionando su uno schema narrativo molto simile a quello del devastante Kynodontas (costrizione-alienazione-fuga-liberazione-finale aperto), The Lobster sembra sottolineare con un sempre maggiore senso del grottesco l’aspetto ridicolo dell’intera faccenda che pare riassumersi in un unico, sostanziale concetto: è impossibile non incorrere negli strali di una società convenzionale, cioè letteralmente basata su convenzioni imposte da volontà superne e legiferatrici.
Gli adulti protagonisti del film vengono puntualmente messi a tacere, costretti sia fisicamente che psicologicamente a pratiche, schemi e comportamenti dettati da altri, in virtù di indefiniti poteri.
Anche chi sembra aver trovato una via di scampo ad una delle varie forme di prigionia materiale e mentale, deve seguire un avvilente schema per mettere in atto la propria fuga: la probabile felicità personale e di coppia viene raggiunta solo attraverso il sacrificio.

Tra i tanti dettagli (il film è ricchissimo di sottili iperboli che richiamano situazioni socialmente costrittive ben note, come la presenza della figlia fittizia ed equilibratrice all’interno della coppia giunta alle fasi finali della propria conoscenza), mi ha colpito molto l’arroganza quasi infantile, anche (e, forse, soprattutto) nella sua crudeltà, della leader dei “ribelli”, messa poi a tacere con una facilità, per l’appunto, bambinesca.

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