Recensione su Il re

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Una buona fanfiction, tra Storia e Shakespeare / 4 Novembre 2019 in Il re

Con il film originale Netflix Il re, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2019, il regista e sceneggiatore australiano David Michôd si è dedicato per la prima volta nella sua carriera a una produzione in costume (sempre se non consideriamo la sceneggiatura della miniserie Hulu Catch-22, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, e il film Animal Kingdom, che fa riferimento a un fatto di cronaca del 1988).

La sceneggiatura de Il re, firmata a quattro mani da Michôd e Joel Edgerton (che ha anche co-prodotto il film, insieme -fra gli altri- a Brad Pitt, e si è riservato il felice ruolo del mitico Falstaff), è un pastiche che mischia fatti storicamente accertati, invenzioni tout court e mitologia shakesperiana (il buon William aveva già manipolato a suo piacimento la Storia), per ottenere una specie di ricca fanfiction cinematografica.
Pur ritenendo l’esperimento riuscito, fatico un po’ a individuarne uno scopo che non vada al di là del puro intrattenimento del pubblico. Il che non è deplorevole, anzi. In questo senso, spendo un encomio per il film che, pur superando abbondantemente le due ore di durata, non mi ha mai annoiato e che, in corrispondenza del cuore del racconto (la battaglia tra l’esercito del Delfino di Francia e quello del re d’Inghilterra), mi ha davvero appassionato.
Però, sempre che lo contenga, non ho colto un messaggio particolare all’interno del film, né ho ravvisato figure emblematiche/paradigmatiche da far assurgere a modello cinematografico. Insomma, al di là del sollazzo, cui prodest?

Detto ciò, Il re si è rivelato un buon passatempo sul divano, ben fotografato (non sono una fan de Il Trono di Spade, ma scelte cromatiche, di illuminazione ed estetiche, virate perlopiù su toni freddi e mortiferi, mi hanno ricordato -in positivo- quel poco che conosco della serie tv HBO) e interpretato a modino, con una buona scelta del cast, anagraficamente adatto a interpretare i vari ruoli.
Timothée Chalamet è bravo, con l’aria malinconica che lo contraddistingue, incarna bene il conflitto morale del suo Enrico V, anche se mi è parso troppo gracile per interpretare un uomo capace di combattere a lungo con un’armatura indosso. Esteticamente, però, rientra benissimo (per esempio) nell’iconografia preraffaellita che fa riferimento al medioevo shakespeariano.
Mi è piaciuto anche il Falstaff di Edgerton, decisamente poco fedele ai testi del Bardo, ma rubicondo al punto giusto. Benché, in occasione della presentazione a Venezia, abbia letto di risate non troppo contenute per l’accento francese di Robert Pattinson, ho trovato il suo Delfino di Francia opportunamente sadico, macabro e malevolo, come richiesto da un villain apertamente stupido come il suo. Dignitosamente re(g)ale la Caterina di Lily-Rose Depp (il suo dialogo finale con Enrico sembra concepito apposta per un sequel ultra-fanfctionized).

Per quanto riguarda (ancora) il reparto tecnico, mi sono piaciuti i costumi, essenziali e credibili, della versatilissima Jane Petrie (premiata con l’Emmy 2018 per The Crown) e le musiche discrete ma significative di Nicholas Britell (2 nomination agli Oscar, per Moonlight e Se la strada potesse parlare).
Nota: le acconciature sono state curate dall’italiano Alessandro Bertolazzi, premio Oscar 2017 con Suicide Squad.

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