9 Recensioni su

The Irishman

/ 20197.5264 voti

M / 1 Dicembre 2020 in The Irishman

Come spesso, la prima sequenza, scena o inquadratura può svelare un mondo. La steadycam di The Irishman percorre i corridoi di un ospizio come quasi 30 anni fa, in Quei bravi ragazzi, percorreva le stanze di un ristorante: lì c’erano musica ritmata e ballabile, un movimento sinuoso e veloce, a un passo dalla frenesia; qui il passo è quasi solenne, con un’ombra di impaccio. La criminalità colta al suo apice e il suo crepuscolo ormai quasi spento. In questo caso, la macchina da presa di Scorsese sembra impegnata in una soggettiva: a chi racconta la sua storia Robert De Niro, chi guarda?

La dinamica dello sguardo, d’altronde, è al centro del film stesso, hitchcockianamente dagli sguardi, da chi guarda e chi è guardato, dallo sguardo ricambiato o meno passa gran parte dell’intreccio a dispetto del dialogo: al cinema l’occhio conta più della parola (e il tentativo di De Niro di farsi guardare dalla figlia al funerale della madre è straziante come l’appuntamento mancato di L’età dell’innocenza). E allora contano anche le figure più classiche, come il campo/controcampo, che hanno formato la costruzione del senso al cinema: quando De Niro deve dire a Pacino, ovvero Jimmy Hoffa, che la mafia lo ha scaricato, Scorsese sottolinea la differenza di posizione tra i due con la semplice angolazione della camera, per cui Pacino è ripreso dall’alto, schiacciato anche se ancora combattivo, De Niro dal basso anche se non vorrebbe essere nella posizione di colui che schiaccia.

E così il modo in cui la macchina da presa riprende i gesti (i dettagli delle vecchie mani inanellate), gli eventi e i personaggi rende l’ultima ora o poco più del film una delle cose più belle mai realizzate da Scorsese. È proprio quel dialogo di cui dicevo sopra la cesura: da quel momento la saga criminale diventa una lenta, inesorabile, spietata ma dolente marcia funebre proprio per virtù di stile, per l’uso della macchina da presa. Il ritmo rallenta, la musica si spegne, Scorsese inquadra i propri personaggi di fronte o dall’alto, rende rituali i movimenti, accompagna i fantasmi che hanno costellato la visione (tutti i personaggi sono già morti, ce lo dicono dalla prima scena le didascalie) al loro incontro fatale. Con la morte, o peggio con la vecchiaia, la solitudine, l’oblio. Se il western è l’epica americana, il gangster movie ne è la tragedia. The Irishman ne è la trenodia, soprattutto perché parla dell’essere umano prima che del criminale.

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7+ / 3 Aprile 2020 in The Irishman

Film lento, film vecchio, film lungo.
Generalmente, tre caratteristiche che mi fanno scartare a priori un titolo.
Ma con un cast del genere e con Scorsese alla regia, era necessario vederlo.
La storia di Jimmy Hoffa mi ha sempre incuriosito, da quando ne sentii parlare nel podcast del falco e gabbiano di Enrico Ruggeri, ormai alcuni anni fa.
Fanno un po’ ridere alcune “acrobazie” di Frank Sheeran, considerata l’età di De Niro.
De Niro che, forse solo io, in questo film trovo assomigli tantissimo a Robin Williams…

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Incantevole! 7,5 / 4 Dicembre 2019 in The Irishman

Il mio aggettivo descrive senza tanti fronzoli un film che non ha molto bisogno di presentazioni.
Scorsese chiama i colossi a rapporto, riprende il suo genere preferito e con l’aiuto della computer graphic slitta tra gli anni 60 e 80 con racconti e lezioni di stile, ma di cui non avevamo bisogno.
Conosciamo la sua “mano” e anche se questo un film destreggia le sue trame in un bel pezzo di storia americana in modo superlativo, dopo le 3h e mezza di film ci rendiamo conto che forse non serviva.
Il regista ci dimostra che dagli anni 90 a oggi è ancora capace di stupire, ma senza cambiare la sua ricetta di gangster movie: mantiene le stesse tecniche, stesse fotografie, colori, ambientazioni e il risultato è ottimo come con “Quei Bravi Ragazzi”.
Insomma: un signor film (in un catalogo Netflix un po’ scadente in quanto a produzioni…) ma serviva spendere tutti quei milioni di dollari x la computer graphic?
Critiche a parte, dó al film un 7,5: interpretazioni gloriose, cast stellare, ottima regia, colonna sonora e tutto il resto.
Ma… la morale??
Forse era quella di ridare un colpo di coda alle tante orrende produzioni Netflix, che a film abbiamo scoperto essere carente in qualità.

Ps: a ripensarci, di questo genere e sempre di Scorsese preferisco molto di più “Casinó”, che mi andró a rivedere a breve. Quello sì che è un film che sfiora il 9, per me!!!

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Vecchie glorie / 4 Dicembre 2019 in The Irishman

Non è perfetto, ma meno male. Se questo formidabile vecchietto avesse superato ancora una volta sè stesso, avrebbe sancito una insuperabile gerontocrazia del cinema. Invece no, questa è una magnifica gangster-story diluita e calma, con movenze rallentate e una fotografia che imbambola di colori saturi, rifinita con tocco da miniaturista…ma ok, c’è stato di meglio e ce ne sarà. C’è tutto il parterre de roi della corte di Scorsese, il trio divino DeNiro, Pesci, Pacino, invecchiato e ringiovanito con resa diversamente efficace; a mio avviso De Niro giovane sembra un personaggio zemeckisiano in performance capture, molto meglio il lavoro fatto su Pacino. Detto questo, la storia si segue con stupore e profonda ammirazione, al di là dei significati e degli accenni di redenzione. Tra questo e Roma di Cuaron, si può dire a ragione che ora Netflix è diventato grande.

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Siamo tutti amici di Frank / 2 Dicembre 2019 in The Irishman

Il racconto da vecchio del sicario Frank Sheeran detto l’Irlandese che nel periodo degli anni caldi della mafia americana è stato protagonista di varie esecuzioni tra cui sembrerebbe anche quella del suo amico di famiglia, il controverso Jimmy Hoffa su cui il mistero però non è certo stato chiarito.
L’ennesimo film sulla mafia statunitense. Non è fatto male ma francamente non da nulla di nuovo rispetto a tantissimi altri film già in giro.
Un argomento direi ormai saturo e che forse non era così necessario ripetere.
Fatto bene e recitato anche molto bene con effetti di ringiovanimento assai curiosi e divertenti per certi versi.
Ma era così necessario?
Mah…
Ad maiora!

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Un film inutile nella filmografia di Scorsese / 1 Dicembre 2019 in The Irishman

Al contrario del film di Scorsese sarò breve: un film che non aggiunge nulla di nuovo alla filmografia del regista, e non eguaglia i film del passato. Per chi ha già visto “Quei bravi ragazzi” consiglio di guardare “The Departed” e fermarsi a contemplare le differenze tra questi due splendidi film, senza fermarsi troppo su “The irishman”. Non c’è in questo film un guizzo sperimentale o qualcosa che non sia già stato detto prima dallo stesso regista.

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Il ritratto di Martin Scorsese / 30 Novembre 2019 in The Irishman

Sono un’amante del cinema e quindi, come tutti, attendevo The Irishman, perché diciamocelo, a chi non piace Martin Scorsese?
Forse però l’eccessivo pompaggio pubblicitario e l’idea che mi ero fatto mi hanno lasciato un po’ deluso, come tutto del resto quando si tengono le aspettative troppo alte.
Mi spiego meglio, il film è bello, non c’è nulla da dire, girato e montato come solo Scorsese sa fare, gli attori sono stati perfetti, non uno fuori posto, Al Pacino sembra tornato ai bei tempi. De Niro, Pesci, Stephen Graham, tutti impeccabili, direzione degli attori ineccepibile. Nessun regista sarebbe riuscito a fare un film di tre ore e mezza senza annoiare, mantenendo comunque una linearità e non cadendo in minestroni allungati o buchi di sceneggiatura.

Ora, c’è da dire che l’uso della CGI mi ha fatto storcere il naso e non poco. Le grafiche per il ringiovanimento sono troppo pesanti, la pelle è palesemente finta e sembra che gli occhi, specialmente quelli di De Niro, abbiano le lenti a contatto colorate. Non si prova emozione per nessuno personaggio, Frank Sheeran ( De Niro) è di ghiaccio, dall’inizio alla fine, nessun rimpianto, nessun rimorso (ok, forse uno solo), nessuna debolezza, sembra non si ponga neanche una piccolissima domanda. Solo verso la fine, il film, diventa un po’ nostalgico e sembra quasi un parallelismo con la carriera di Scorsese, che ahimè, si avvicina agli sgoccioli e forse non ha poi più così tanto da dire (come è giusto che sia) a quell’età. Bello ma non balla ecco. Una magnifica dimostrazione, ancora una volta, di professionalità e eleganza in un mondo in cui, piaccia o no, Martin Scorsese ha lasciato il segno per sempre.

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Commento + Videorecensione / 7 Novembre 2019 in The Irishman

Scorsese torna al Gangster movie. Non un capolavoro, non il migliore Scorsese, non perfetto. Detto ciò questo film è una goduria per gli occhi e per la mente. La sceneggiatura (a parte un buco un po’ troppo grande per i miei gusti) è qualcosa di magnifico; un film sulla morte, sulla famiglia, sulle scelte di vita e sulla difficoltà di prenderle. Divertente, appassionante, accattivante. Vale la pena vederlo anche solo per il magnifico cast (con un Al Pacino grandioso) e per gli effetti di ringiovanimento in CGI, che ho trovato perfetti.

MIA VIDEO RECENSIONE (più dettagliata) QUI: https://youtu.be/KL1zJsjRUW8

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I Heard You Paint Houses / 6 Novembre 2019 in The Irishman

Frank Sheeran svolge come professione quella di imbiancare i muri con la materia celebrale del cranio del malcapitato di turno. Non ha niente di sadico, anzi, è granitico e immobile, un monolite inarrestabile e allo stesso tempo banale. Il prete gli chiede se prova rimorso, e lui risponde che è passato troppo tempo, e che non conosceva quelle persone. Frank Sheeran è un braccio, agganciato fermamente a Russel, alias Joe Pesci.
Russ è un uomo piccolo e minuto, invecchiaccito ma benevolo, che muove le fila nell’ombra. Suo contraltare è Jimmy Hoffa di un Al Pacino incredibilmente in parte, ricco di calore e umanità, luci e ombre , il sindacalista senza peli sulla lingua, nemico dei Kennedy e finanziatore della campagna di quella bella persona che era Richard Nixon.
Frank De Niro invece è un Irlandese puro, un ottimo numero due, indecifrabile, impenetrabile alla psicanalisi e dalla coscienza immacolata, perché non l’ha mai usata.
Che dire, che Scorsese fosse bravo lo si sa da almeno cinquant’anni, ma che dopo aver sfornato un capolavoro dietro l’altro, come Silence e The Wolf of Wall Strett, avesse ancora inesauribile inventiva, è una sorpresa. L’inventiva di scegliere attori anziani, e di ringiovanirli innanzitutto, è originale, piuttosto che fare il contrario. Si parte dall’anziano, vecchio Frank, gli si tolgono le rughe ma non ci viene restituito il deNiro di Noodles o del Padrino II, lo stesso vale per Pesci. La loro faccia è reinventata, ricostruita, come se la ruga e il solco sul viso sia inevitabile, già tracciata e segnata.
La storia dell’America anti americana, che mette alla berlina persino John Fitzgerald Kennedy, martire di Cuba, sapendo perfettamente che la leva utilizzata è quella della Nuova Hollywood più attiva. C’è il Padrino sovrano, Quei Bravi Ragazzi, C’era una volta in America, Re per Una notte e tanto altro che non saprei nemmeno elencare.
Ma a differenza di Quei Bravi Ragazzi, dove la mafia era una maniera per ottenere prestigio e rispetto, qui la mafia è necessaria e inevitabile.
Cozza violentemente con il personaggi di Peggy, la figlia di Frank, polo positivo, nuova generazione silente, che sa riconoscere il male e sa dove si nasconde e che assiste ad esso impotente.La cui perdita rappresenta anche la perdita di quel lato umano di Frank, e il sacrificio di quei rapporti umani in nome di non si sa bene cosa; se lo spirito irlandese, se la voglia di soldi, anche se a un certo punto i soldi non giustificano tutto…
“Volevo proteggervi” dice Frank, ma da cosa? Qual’era l’incomprensibile minaccia così imminente?
Frank in realtà è semplice, era un soldato, aveva imparato ad ammazzare senza farsi domande in guerra, e il ritorno alla civiltà gli scivola addosso come l’acqua, sono ordini, si obbedisce. L’america dopotutto è fondata sul sangue, questo non va messo in discussione, c’è un cimitero di armi nel fiume.
Se qualcuno è morto, la prima domanda che fa è Chi è stato?
Scorsese mette tutta la carne possibile al fuoco, perché di carne si parla, in un confronto in cui qualsiasi regista sarebbe uscito con le ossa rotte, e ne esce vincitore come un genio di grande classe, che è sempre stato.

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