Recensione su The Imitation Game

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The Imitation Game / 13 Novembre 2016 in The Imitation Game

Il biopic incontra il film storico nell’opera del regista norvegese Morten Tyldum tratta da una biografia sul pioniere dell’informatica Alan Turing. Una sceneggiatura intricata ma avvincente (premiata con l’Oscar), che va spesso oltre i limiti della verosimiglianza storica, permettendo tuttavia nella sostanza di comprendere uno degli aspetti meno noti (ma fondamentali) della strategia bellica: la decifrazione delle comunicazioni del nemico, che consente di predisporre difese adeguate o attacchi mirati.
Non si può negare che il film vada spesso a sfociare nell’iperbole, con i riferimenti a Dio e al controllo umano sulla vita e sulla morte, che pare affidato ad una fantomatica stanza dei bottoni pilotata dai servizi segreti.
La pellicola assume così un taglio aggiuntivo da spy-story, che se non altro contribuisce a rendere affascinante il soggetto (minando, di contro, qualsiasi pretesa di storicità).
La prima cosa che si deve fare dopo aver visto un film come questo è sicuramente quella di riconciliarsi immediatamente con la Storia (quella con la s maiuscola), andando a documentarsi su come andarono (o si suppone siano andate) effettivamente le cose. Altrimenti il rischio è quello di farsi contagiare dalla patologica spirale del complottismo e farsi sommergere la mente dal bombardamento di cliché (genio matematico = asociale, pressoché autistico).
La storia di Turing permette di affrontare anche il tema – solo per certi versi secondario – dell’omosessualità e della sua persecuzione legale, avvenuta fino a qualche decennio fa anche in Paesi civili come l’Inghilterra.
Per il resto, si assiste alla solita deriva rosa, immancabile in alcune produzioni, con la bella di turno nel ruolo di una donna sicuramente straordinaria per l’epoca ma non di sicuro per le doti estetiche, come invece devono aver ritenuto i responsabili del casting. Ma del resto non è una novità e finché il mercato chiederà questo così continuerà ad essere.
In tale aspetto e nella somiglianza tra protagonisti la pellicola è assimilabile ad un’altra produzione britannica, uscita lo stesso anno, La teoria del tutto di James Marsh, con la differenza che quest’ultimo si è concesso qualche momento autoriale che sembra mancare in The Imitation Game, il cui regista è impegnato esclusivamente ad accompagnare lo svolgimento delle vicende con un approccio tradizionalista, attento soltanto a far orientare lo spettatore nell’abusato incastro di flashback e flashforward.

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