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Recensione su The Hours

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24 giugno 2011

Soprassedendo sulla bella scena iniziale/finale, fin dall’accompagnamento perenne di Glass, si intuisce che drammi indicibili sono dietro l’angolo.
Eppure, di questi drammi sembra non esistere una causa scatenante: col dipanarsi delle vicende, emergono lentamente diversi indizi, ma molte, troppe evoluzioni non si palesano come dovrebbero, soffocate da una marea di sequenze francamente inutili, da dettagli superflui a cui lo spettatore crede di dover dare un significato, almeno simbolico, ma che si risolvono in quello che sono: sovrastrutture (mi riferisco, per esempio, alla scena in cucina con Meryl Streep e Jeff Daniels).

Tra l’altro, le prove attoriali sono, a mio parere, estremamente discontinue: a tratti, la Kidman sembra più concentrata a mostrare quanto si trovi a suo agio col nasone, mostrandocelo sempre dall’alto in basso, con la fronte aggrottata, che altro; la Moore afferra finalmente per i capelli il ruolo solo durante la scena del bacio con Toni Collette; la Streep, fra tutte, è quella che mi ha delusa di più, o forse è il suo personaggio ad essere quello meno attraente, non so.
Ed Harris ha occhi sinceri, ma non mi è parso affatto credibile, nel ruolo del malato di AIDS. E Claire Danes passava chiaramente lì per caso.

Bella la ricostruzione del sobborgo inglese dei primi anni del Novecento, costumi compresi, stucchevole quello della California degli anni Sessanta.
Stimolanti i parallelismi (non solo narrativi) tra le tre vicende, in particolare gli ambienti e gli atti ricorrenti: le cucine e le camere da letto sono stanze-chiave, sia per quel che vi accade (o dovrebbe accadervi, vedi sopra) sia per i gesti che vengono compiuti (es. rompere le uova) che assumono di volta in volta valenze diverse.

Insomma, un drammone stuzzicante, con belle premesse e slanci improvvisi, ma riuscito solo a metà.

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