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Recensione su The Help

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Film accomodante. / 25 agosto 2014 in The Help

La messinscena è pregevole, con costumi, acconciature, trucco e ambienti curatissimi.
Il film scorre piacevolmente, benché l’argomento sia quantomai drammatico, fino al coerente finale telefonato.

Per il resto, si tratta di una pellicola ruffiana e consolatoria, accomodante, prodiga di rassicuranti cliché, priva di qualsivoglia sfumatura, dove tutto è bianco e nero (scusate il rozzo gioco di parole).
I personaggi sono disegnati e definiti fin dalla loro entrata in scena, non cedono mai, non si evolvono, e ciò che accade loro rientra in una forma mentis definita che non lascia molto spazio al libero arbitrio dello spettatore, preventivamente schierato con i “buoni”, com’è anche giusto che sia, ma non per scelta, non so se mi spiego.
Nulla viene mostrato delle reali tensioni tra i due “gruppi”, se non i crudeli “dispetti” (non intendo minimizzare nulla, sia beninteso) delle donne bianche nei confronti delle domestiche di colore (la violenza del KKK resta sullo sfondo, le barriere razziali si intravedono, wc e bus a parte), dei confini esistenti tra detti gruppi, non esiste reale tensione tra i personaggi se non quelli tra capi e subordinati, ogni cosa è ben apparecchiata per piacere (e dolere) in una determinata maniera.

Se il film si pone come intento quello di mettere in scena dolorissime ferite sociali (che, come dimostra la cronaca attuale, non si sono mai realmente rimarginate), lo fa a senso unico. Ovviamente, quello dei bianchi.
Definisco la pellicola “rassicurante”, perché, mettendo in atto un meccanismo coatto, mostra ciò che un pubblico bianco vuole vedere, cioè il fatto che esistano menti illuminate, cuori puri che vanno al di là del colore della pelle e che, oh sì, bisognerebbe comportarsi come Skeeter (personaggio monodimensionale per eccellenza): che spetti, poi, alla platea, pur sensibilmente colpita dalla storia in scena, mettere in atto simili rivoluzioni, purtroppo, è un altro paio di maniche.

In uno scenario tanto complesso e problematico come quello dell’integrazione razziale, credo di trovare più realistici, pur con i loro limiti “autorali”, i primi lavori di Spike Lee: credo che pellicole come Fà la cosa giusta e Jungle Fever permettano di fare (parziale) luce sui problemi “concreti” legati all’argomento, con poche edulcorazioni.
Ben vengano, certo, anche le storie come The Help, luminose ed edificanti, c’è bisogno anche di loro, tanto bisogno, in questo secolare processo di affrancamento dalle barriere razziali. Ma che non le si additi come esempi in materia, a parer mio.
La premessa della storia, raccontare delle Mami da un punto di vista realistico e non usandole come colorite comprimarie di una vicenda, retaggio colonialista, si annacqua, qui, in favore di uno schieramento buoni/cattivi dal taglio troppo favolistico.

Nota: Jessica Chastain stre-pi-to-sa-men-te a suo agio in questa cornice storica, nei panni della (finta) bionda svampita. Non vedo l’ora di vederla nel prossimo biopic dedicato alla Monroe, Blonde, in cui lei interpreterà proprio Marilyn, diretta da Andrew Dominik.

7 commenti

  1. Erik / 5 settembre 2014

    Io credo che tutto ciò che hai scritto sia giusto, voglio interpretare il film che ho visto proprio ieri, come un aggiunta a lavori ben più “simulazioni di realtà” sia anche essa cruda e cruenta nella direzione di coinvolgere tutta quella fetta di pubblico da quel tipo di realtà scappa per paura o per ignoranza. Nell’era della leggerezza forse è altrettanto importante trattare temi “impegnati” e giungere a chi di leggerezza vive…. sia chiaro è un semplice augurio e non certo una critica alla tua critica…

    dal mio punto di vista la semplicità con cui vengono trattati i temi di fondo rispecchia un pò la semplicità con cui è in realtà realmente facile fare violenza psicologica, forse troppo spesso, senza accorgersene…

    • Stefania / 5 settembre 2014

      @solounopinione: certamente 🙂 Il film in questione è un buon mezzo per “approcciare” l’argomento, per iniziare a sensibilizzare -magari- giovani menti sulla materia. Ma, secondo me, dovrebbe costituire solo un pallido inizio e non deve rappresentare un metro di paragone sulla questione. Soprattutto perché, come accennavo, questa pellicola è una specie di palliativo per l’uomo bianco.
      Mentre guardavo The Help ripensavo alla crudezza di film come Mississippi Burning e, impegnata nel confronto, mi sembrava di annaspare nello zucchero e nella melassa.

  2. Erik / 7 settembre 2014

    @stefania: Beh, concordo, credo che ciò che rappresenta sia direttamente proporzionale all’individuo che difronte lo schermo lo osserva… per altro è tratto dal libro di conseguenza dovrebbe (perchè non l’ho letto) ricalcarne la “destinazione d’uso”.
    Con il paragone che hai fatto, ci credo che non ci sia nemmeno l’ombra del dolore negli sguardi e nei volti dei protagonisti però sono appunto “destinazioni d’uso” differenti…. probabilmente uno ha un vero scopo di denuncia e l’altro di puro invito all’argomento o forse no, di certo è che le storie vere che hanno fatto si che vengano prodotti film del genere di certo la sofferenza, odio, violenza non la vivono di certo a colori.
    Detto questo, in se per se, con the help ho trascorso un paio d’ore abbastanza piacevoli e non troppo disinteressate…

    e questo confronto è stato un piacere…

  3. fiomtarantino / 5 maggio 2016

    Il taglio del film credo che sia volutamente stucchevole e melodrammatico , è un film femminile , è un film tra cameriere e padroni , tra galateo buone maniere e lotta psicologia interiore , non è new york ma un paesotto borghese , la violenza fisica sarebbe stata fuori luogo , i sentimenti sono tutti interiorizzati e la lotta per cambiare lo status quo parte proprio da una cosa che è tipicamente femminile, l’astuzia e i piccoli passi. Io l ho trovato perfetto questo film proprio per gli intenti di base

    • Stefania / 5 maggio 2016

      @fiomtarantino: è ovvio che l’impostazione sia deliberatamente stucchevole: è un tratto palesemente studiato a tavolino. Infatti, per me, il “problema” è questo: il taglio “al femminile”, come se la sfera femminile della questione possa essere definita solo così. Pur consapevole che, in determinati casi, le donne sanno essere diaboliche “con poco” (e il film, come il libro da cui è tratto, in effetti, lo dimostra ampiamente) e che, anche per via delle convenzioni sociali, in quel contesto, le “signore” potessero esprimere il loro odio razziale sostanzialmente “solo” con assurde e meschine ma dolorosissime piccolezze, questa pellicola mi ha deluso sia per l’edulcorazione della questione (il pubblico femminile che guarda il film potrebbe turbarsi troppo? Oimemì) che per la divisione netta in buoni e cattivi, una cosa che credevo relegata ai vecchi film con i cowboy e gli indiani 🙂

  4. fiomtarantino / 5 maggio 2016

    Ci sono così tanti film sull odio razziale che non si sa piu dove attingere 🙂 , cmq in parte ti do ragione , molti film , dove la donna dovrebbe avere un ruolo predominante in fatto di coraggio e azione politica , risultano stucchevoli e naif.

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