Recensione su The Hateful Eight

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Tarantino e il gioco delle identità / 6 Febbraio 2016 in The Hateful Eight

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Sei stelline e mezza)

Metto subito le cose in chiaro: per la prima volta dall’inizio della sua carriera, il buon Tarantino non è riuscito a divertirmi. Se c’è una cosa che chiedo al suo cinema è quella di sollazzarmi a briglia sciolta e, stavolta, non ce l’ha fatta. Il che non è un indizio preoccupante su una sua possibile fuoriuscita dalle mie grazie (ne hai fatte di troppo belle, Quentin, per deludermi senza appello), bensì una riflessione sul fatto che è proprio vero che non tutte le ciambelle riescono col buco e che… va beh, sarà per un’altra volta.

Peccato, però, perché The Hateful Eight è un compiaciuto e compiacente esercizio di stile, decisamente ben interpretato da facce che, da sole, valgono la visione del film (quelle di Samuel L. Jackson che sembra scolpita nell’ebano polito e di Kurt Russell coi favoriti chilometrici che sembra balzata fuori dalle pagine di un albo di Ken Parker, per me, vincono su tutte).
Sono convinta (e penso che questa sia davvero la parte più interessante di questo lavoro) che il film parli in maniera affatto edulcorata e, anzi, scevra da facili accomodamenti e dietrologie spicciole di questioni per cui occorrerebbe essere più avvezzi di quanto io non lo sia alla storiografia statunitense: i discorsi sul contrasto tra confederati e unionisti, su come sia stata affrontata la sconfitta degli uni da parte di entrambi, sulla questione razziale, sulla strumentalizzazione dello schiavismo e della liberazione da esso da parte delle due fazioni, sulla posizione degli schiavi liberati nell’economia dell’esercito nordista sono interessantissimi semi gettati con voluta nonchalance all’interno di un racconto che li sublima solo apparentemente e che, con fare quasi sornione, al contrario, si puntella saldamente su di essi.

La falsa lettera di Lincoln, in questo senso, è un elemento-chiave del racconto, fondamentale per comprenderne gli intenti narrativi ed analitici: alla luce dei conflitti sociali legati alle etnie ancora esistenti negli Stati Uniti (e non solo, ma qui la critica di Tarantino è mossa al contesto geografico e politico in cui egli vive), le (finte ma plausibili) parole di Abramo a Marquis Warren suonano quantomai belle ed ispiratrici ma irrealizzabili. Nulla si è imparato, negli anni, quasi per ragioni costitutive. Le mani insanguinate di Mannix che appallottolano il prezioso falso sono quantomai emblematiche: la storia democratica americana si fonda sul sangue, sul conflitto, sulla violenza più efferata.
Letto in questo senso, credo che questo sia il film più apertamente politico di Tarantino, sicuramente quello più realista, in cui l’eccesso pulp (oserei dire gore) è, paradossalmente, uno strumento estremamente funzionale alla rappresentazione (astratta) della sequela di eventi che hanno gettato le fondamenta per la costituzione della società statunitense contemporanea, che, ancora, non ha esaurito i suoi presupposti conflittuali.

In quest’ottica, ho trovato molto interessante anche il concetto di identità: chiunque, a quell’epoca e in simili situazioni, poteva spacciarsi per chicchessia con estrema facilità, poteva acquisire perfino l’identità di un defunto anche solo vestendone gli abiti (ce lo ricorda perfino Mannix, quando indossa il cappotto graduato del Generale Smithers). Un film come Il ritorno di Martin Guerre, per esempio, racconta di come fosse semplice sostituirsi (o forse no) a qualcun altro. In un’epoca in cui le impronte digitali non sono all’ordine del giorno, un uomo perde definitivamente la propria identità se lo si priva del volto. Quasi tutti i personaggi chiusi nell’emporio potrebbero non essere chi dicono di essere: come e quando l’eventuale menzogna sarà svelata? Gli Stati Uniti, in quest’ottica tarantiniana, si fondano su bugie: l’identità della nazione è estremamente incerta, perché costruita su quella fittizia di traditori, tagliagole e ladri pronti a reinventarsi all’uopo.

Detto ciò, purtroppo, il film mi è parso poco più di una variazione di “un invito a cena con delitto”, curioso perché ambientato in un contesto diverso da quello dei romanzi à la Agatha Christie, ma che, tolti i citati riferimenti etno-socio-storiografici, ben poco mi ha entusiasmata, soprattutto perché l’ho trovato povero di quell’ironia nera debordante tanto amata altrove.
La messinscena di un Cluedo in tre dimensioni, il senso di claustrofobia legato all’ambiente circoscritto (costruito e naturale), la convivenza forzata tra otto poco di buono: tutti questi elementi mi hanno incuriosita inizialmente, per poi lasciarmi abbastanza indifferente. Mi ha perfino stizzita l’uso pedissequo del flashback e, poveri noi, della voce narrante, completamente avulsa dal contesto. Davvero questo artificio didascalico è stato voluto da chi ha architettato qualcosa come le sequenze dedicate allo scambio delle borse in un film come Jackie Brown?
Stupore desolato a parte, nel complesso penso che questo sia il film di Tarantino più promettente, ma incerto, solidissimo negli intenti ed incompleto nello sviluppo, nonostante l’evidente chiusura del cerchio narrativo.

Nota: ad un certo punto, John Ruth, il personaggio interpretato da Kurt Russell viene definito “iena”. Sono curiosa di sapere se, nella versione originale, invece, non sia stato apostrofato come “snake (serpente)”. Le iene sono animali africani e asiatici: all’epoca, erano così conosciuti, altrove, tanto da essere usati come termine di paragone? Nel selvaggio West, forse, avrebbero usato termini come “coyote” o, per l’appunto, “serpente” (magari a sonagli). Se l’originale uso di “snake” mi fosse confermato da qualcuno, potrei essere certa dell’effettivo riferimento (anche nei dialoghi italiani) al personaggio interpretato dall’attore in 1997: Fuga da New York.

16 commenti

  1. alex10 / 6 Febbraio 2016

    Che al film vengano mosse critiche assai differenti tra loro, per me, ci sta, poiché è un opera molto provocatoria e che fa discutere. In realtà, Tarantino ha sempre fatto discutere con i suoi film, fino a che il suo cinema è diventato conosciuto ai più e, pur realizzando opere diverse tra loro e riuscendo sempre a stupire, in parte la forza provocatoria del suo stile ha rischiato di perdersi, per far posto ad un’accettazione e, addirittura, ad un’idolatrazione passiva dei più verso il suo cinema. Tarantino, maturato ancor di più (perchè per me non è il Tarantino del 92′, piaccia o non piaccia tutti gli artisti di qualità compiono un processo di maturazione e cambiamento, anche Tarantino, che l’ha fatto rimanendo legato alla vecchia, ma giovane, voglia di fare arte e di stupire), ha voluto fare un ritorno alle origini, quando il suo cinema faceva scalpore. Dunque, The hateful eight è un’opera, se possibile, ancor “più diversa” dalle sue altre. Tuttavia, questo è uno di quei film destinati ad essere rivalutati, perchè lo stupore di vedere un Tarantino che si sofferma meno volte ma più tempo sui paesaggi e sui dettagli, non più badando al solo aspetto visivo, piuttosto dando una concezione più riflessiva al tutto, che diventa non più l’elemento principale, bensì il contorno della storia, può scombussolare. Eppure questo discorso, di tanto in tanto, nel film viene stravolto. Mentre la storia sembra procedere come una normale vicenda il cui stile tarantiniano sta più a guardare, inserendosi di tanto in tanto sapientemente dietro una battuta detta o in un dettaglio dell’inquadratura o del personaggio, che a partecipare attivamente, all’improvviso ci cambia totalmente concezione in un secondo, portandoci fuori strada. È proprio in quei momenti in cui restiamo spiazzati (nel tuo caso hai citato la voce narrante improvvisa e per certi versi senza senso, ma è proprio la sua inutilità e stranezza che spiazza, e che cambia la posizione che il regista vuole dare allo spettatore rispetto al film, come all’inizio del capitolo “Il segreto di Daisy”, in cui dal nulla appare la voce che ci da un’informazione che stravolgerà non tanto la storia, ma la nostra concezione verso di essa) che ritroviamo il Tarantino di sempre. Che qui addirittura esagera, trasformando i momenti di tensioni in umorismo improvviso. L misto a violenza. Questo, per me, è in assoluto il film di Tarantino che non ha solo divertito e esaltato, ma anche scioccato, dimostrando la capacità di poter sconvolgere lo spettatore, che questa volta veramente ci è entrato nella vicenda, vivendola anche con più sentimento e serietà rispetto agli altri di Tarantino, pur spiandola solamente da un angolo dell’emporio.

    • Stefania / 6 Febbraio 2016

      @alex10: l’unico momento di vero stupore l’ho avuto quando ho letto il nome di Channing Tatum nei titoli di testa, perché (non volendo conoscere troppi dettagli sul film prima di vederlo) ero rimasta al fatto che forse sarebbe stato presente nel cast (quindi, ero rimasta mooooolto indietro). Per tre quarti del film, mi sono domandata dove fosse, perciò mi aspettavo che (a meno di un cameo) con la sua entrata in scena sarebbe successo qualcosa di importante. Per il resto, ammazzatine improvvise a parte e riflessioni sulle analisi sociali di cui ho parlato, non sono stata coinvolta granché. Ma, ovviamente, si tratta di reazioni soggettive alla materia.
      Amo il cinema di Tarantino e non rimanere soddisfatta di un suo lavoro mi duole decisamente, però non posso farmi piacere a tutti i costi qualcosa che, ad un certo punto, non ha saputo impedirmi di guardare che ora fosse per sapere quanto tempo mancasse alla fine .

      • alex10 / 7 Febbraio 2016

        Assolutamente @stefania, non avrebbe senso commentare un film in positivo, solo perchè il regista è Tarantino. Io, personalmente, entrato in sala, avrei voluto che il film non finisse mai, tanto che mi aveva colpito. Ma, come il film può lasciare spiazzati e far disutere, tanto può non colpire minimamente come nel tuo caso (anche se, essendo Quentin Tarantino è davvero una cosa curiosa, visto che, da vero artista? È uno che provoca e, di solito, nel bene e nel male, lascia sempre il segno).

        • alex10 / 7 Febbraio 2016

          Non so perché ho messo quel punto interrogativo. Era, ovviamente, un’affermazione 😉

          • Stefania / 7 Febbraio 2016

            @alex10: non ho detto che il film non mi ha colpita minimamente 🙂 Il fatto è che, tolte le cose positive di cui ho blaterato, ahimé, (mi) è rimasto molto poco per cui provare “gusto”.

      • alex10 / 7 Febbraio 2016

        Vabbè dai, @stefania, visto che almeno qualcosinati è rimasta della pellicola, magari varrà anche la pena di effettuareuna futura rivisione per rivalutarlo 😉

        • Stefania / 7 Febbraio 2016

          @alex10: ah, non lo escludo! 🙂 Magari, nel frattempo, potrei anche approfittarne per documentarmi meglio sul revisionismo storico a stelle e strisce relativo alla Guerra Civile 🙂

  2. Jack / 6 Febbraio 2016

    @stefania La voce narrante in versione 70mm è appena dopo l’intervallo di 12 minuti, quindi è più che giustificata, perché riporta lo spettatore all’interno della vicenda. Per quanto riguarda la parola ‘iena’ è un bel dilemma, io ho visto la versione doppiata quindi non saprei risponderti, ma anche se fosse stato usato il termine ‘hyena’ non mi sorprenderebbe, dato che Tarantino ci ha abituato a inesattezze storiche, come ad esempio i capelli palesemente tinti di Madsen sempre in questa pellicola o la dinamite in Django se non ricordo male.

    • Stefania / 6 Febbraio 2016

      @jules2517: è un escamotage fuori posto: non lo giustifico in nessuna maniera, soprattutto pensando a trame tarantiniane ben più complesse di questa che non hanno mai avuto bisogno di didascalismi di questo genere. Che l’abbia fatto in senso ironico, se vogliamo, o espressamente tecnico, a me non interessa: in quanto spettatore (e spettatore amante di un certo tipo di cinema a cui lui stesso mi ha abituato), trovo queste trovate inappropriate, prive di stile (leggasi, eleganza). Sono libera di apprezzare o meno e, in questo caso, purtroppo, non ho apprezzato.
      La domanda che mi pongo sulla “iena” non intende svelare nessuna disattenzione o mancanza in fase di sceneggiatura: mi domando solo se ci sia o meno un (tra l’altro, banale) riferimento a Jena (Snake) Plinsky o meno.

  3. michidark / 6 Febbraio 2016

    Io il film l’ho visto in inglese, non so come abbiamo reso la da te tanto odiata voce narrante nella nostra lingua, ma nella versione originale sembrava tanto un narratore che leggeva parti di scneggiatura. Cioè, Tarantino ha fatto leggere la sceneggiatura “in diretta” con il film. Io l’ho trovata una chicca assurda, che probabilmente in pochi hanno colto. È una delle cose che ho apprezzato maggiormente. Poi, ripeto, in italiano magari si perde la cosa, ma in inglese è come se venisse letta una sceneggiatura del tipo “personaggio x fa questo, personaggio y fa quest’altro”. Avendone scritta qualcuna per dei cortometraggi, ho apprezzato molto.

  4. Sgannix / 6 Febbraio 2016

    Se non ricordo male dice iena anche in lingua originale. Niente citazione. 🙂

  5. Stefania / 7 Febbraio 2016

    @sgannix: allora, ciccia 🙂 Grazie!

  6. sempreassurda / 8 Febbraio 2016

    Ecco mi chiedevo dove fosse Tarantino nel film e ora mi dite che è la voce narrante… meno male è un suo tratto distintivo apparire nel film

  7. Mr. Wolf / 11 Febbraio 2016

    Confermo, dice “iena” anche nella versione originale! 🙂

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