Recensione su The Hateful Eight

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Le otto odiose maschere. / 6 Febbraio 2016 in The Hateful Eight

L’ultima fatica di Tarantino, che riprende le redini del Western dopo Django Unchained, si può considerare come l’ottavo tassello di un mosaico, opera ( in questo caso pièce ) di fissaggio, che l’abile regista, dopo anni passati a disseminare un classicismo tramontato, volutamente esacerbato da una grottesca violenza, presenta in un formato desueto ( 70 mm ) che contribuisce a fornire un’immagine più larga e definita. Ed è qui che si cela l’essenza del film, nella sua capacità di impressionare lo spettatore, spingendolo in un glaciale ed ambiguo viaggio alla scoperta della verità, non sempre accuratamente velata, ma condita da un linguaggio unico, sublimemente catturato dalla verbosità delle parole, intrecciate e intessute in dialoghi che hanno la capacità di catturare ed illanguidire il tempo, anche quando la trama sembra una partita a scacchi dall’esito prevedibile.
Così si viene imprigionati dal freddo e dal sospetto, e da una spietata ricerca di uniformità, sempre più lesa dalla capacità di emularne e dissimularne gli aspetti.
Un Tarantino paradossalmente più guardingo, riflessivo, che al clamore preferisce un blando svago, da non tradursi in mancato intrattenimento, in quanto, da pièce, vive più dei tempi del teatro che del cinema stesso, e che sonda, con i suoi odiosi otto, metafore di un archetipo antieroico, un radicale svilimento della realtà.

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