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Recensione su E venne il giorno

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8 marzo 2011

Devo diire bruttino bruttino, pessima la sceneggiatura, pessimi gli attori, la messa in scena precisamente come un film catastrofico di serie B degli anni ’70 (e tutti quei microfoni ballerini?), l’idea molto bella, ma, come sempre in Shyamalan, non basta. Il risultato, a mio parere, è che tutto il sottotesto metaforico viene affossato dalla nullità del resto.
Non si risparmia nello stereotipo famiglia/coppia che si sfascia o meglio non vuole nascere e che si ritrova e solo lì, una volta sperimentato il ruolo che si rifiutava, allora si salva, con quella caduta incredibile di lei incinta nel finale, come se non fosse bastata la famiglia creata nell’urgenza, una famiglia altra forse, ma decisamente molto consapevole (e mai nessuno che sprechi molte energie a salvare un proprio simile, come se il fondo del legame comunitario fosse solo quello famigliare stretto, e non “anche quello”, meglio se con legami diretti di sangue). Il problema è che nessuno capisce veramente il perchè del disagio di coppia che nei dialoghi è quasi alla stregua di una gag da cabaret, nessuno capisce perchè dovrebbero tornare insieme passata la paura.

Per quanto riguarda il rapporto uomo/natura per me la natura reagisce ad un attacco, è vero che tutto inizia nelle grandi città, con tanto di sviolinata incensante per la piccola comunità, ma la sensazione è che i cittadini che si sparpagliano siano delle truppe ostili, non in fuga, ma all’attacco in posti ancora spogli, l’uomo come malattia, come virus che dilaga e che è nocivo in rapporto alla suo numero, una piaga che contamina via via il pianeta, un paesaggio sempre più rurale che si vede invaso, aggredito, violentato. Il che come idea non è male, ma la tensione non è sempre alta, altre volte ho visto la paura evocata da Shy molto più efficace, qui il tutto non mi ha inquietato neppure un filino (colpa dell’atonia degli attori???).

Per quanto riguarda l’altra metafora l’uomo come gruppo che si disgrega fino a ridursi all’unità (la pazza furiosa che vedo con piacere interpratata da una rediviva Buckley) in effetti è un percorso di equilibrio dell’uomo con l’uomo, prima come gruppo nei suoi rapporti di presenza/mancanza di solidarietà, poi come nucleo sempre più piccolo, ma mi sembra che ciò abbia più senso rispetto alle comunità che incontrano i fuggitivi, non a chi scappa: la riduzione all’uno è rappresentata dalla donna solitaria, dopo che anche il piccolo gruppo si è dimostrato terrorizzato/violento (l’uccisione dei due ragazzi da parte dei barricati ed armati, piccola metafora degli Usa), lei sembra in equilibrio con la natura, mangia ciò che coltiva, azzera ogni tecnologia (ciò che le persone usano più spesso per il proprio suicidio), ogni mezzo di comunicazione, ma è anch’esso un eccesso, non ha rapporti con altri uomini, rifiuta la socialità, quindi anch’essa perisce.
Eppure anche qui fra dialoghi assurdi e personaggi che non dicono molto di più della loro bizzarria (ma perchè sono tutti così bizzarri?) io non ho trovato la quadratura del cerchio.
La sensazione appunto è che si sia attaccato ad un altro genere, il catastrofismo anni ’70, è un film quasi desueto

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