Recensione su Un poliziotto da happy hour

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9 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ufficialmente in corsa per la palma di più brutto titolo italiano, che infatti con l’originale non c’entra un ca**o. E non si vede cosa ci sia di happy, né di hour, ci sta giusto un poliziotto. Che è il protagonista, enorme, di una storia ambientata su di una verde costa dell’Irlanda, Galway e giù di là. In questo posto poco battuto, da tutto e da tutti, tanto che il poliziotto locale Gerry Boyle le prostitute deve farle venire da fuori, è lui che detta le regole. Ma lo fa perché conosce i suoi polli, o qualsivoglia espressione irish potrebbe essere il corrispettivo di questa. Ha un nuovo aiutanto molto ligio e diligente, con moglie gnocca, e la polizia scopre che in quella zona sta per arrivare, o partire, boh, non ricordo, anyway, Galway, transitare un carico di droga. Abbastanza grosso da far sì che gli venga affiancato, o per meglio dire messe sopra, un tipo nero dell’FBI americana. Ma figurati se quella testa d’irlandese accetta. I due elementi della coppia nero/bianco, classica del cinema d’azione USA, qui ci mettono tutto il film a trovare il modo di capirsi. E sia chiaro (o scuro. Ah. Ahah.) non perché quello è nero, ma perché quello è americano. La iproposizione del vecchio e nuovo mondo, Europa e America, che faticano a comprendersi perché magari hanno obiettivi comuni ma ca**o quanto sono diverse le strade per arrivarci. Per cui il nigga è tutto tecnologia e azione, l’altro lo sfotte con battute di razzismo aggratis senonché salverò tutto alla fine. Gerry è eroe atipico e grasso, locale e non globale, ubriacone e donnaiolo, perché tanto alla fine i principi che contano non sono quelli. Sono gli altri, alla fine l’ha capito pure l’americano.
E ora uccidiamo il titolista, capisco che si rischia di sporcare per terra, ma è necessario.

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