Recensione su The Grey

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2 Marzo 2015

Avete presente il film Alive – Sopravvissuti, quel film basato su un disastro aereo avvenuto sulle Ande ? Dai, da bambino mi ci devastavo.. era quel film in cui i sopravvissuti sono costretti a mangiare i cadaveri congelati degli amici morti per arrivare alla fine del film (lol)

Bene, metteteci una serie di lupi affamati, venidicativi e territoriali, ai sopravvissuti non rimarrà che preoccuparsi di questi bestie mostruose altro che trovare il tempo di mangiarsi fra di loro, ed il risulatato finale sarà il filmone della serata: THE GREY.

The Grey è una pellicola che ha due chiavi di lettura, la prima un po’ più spartana e la seconda un po’ più filosofica. Classe 2011, diretta da Joe Carnahan ed è tratta dal racconto Ghost Walker di Ian Mackenzie Jeffers (autore della sceneggiatura ndr), l’opera ha come protagonista un certo Liam Neeson, qui a livelli altissimi, che interpreta John Ottway. John è un cacciatore esperto assunto da una ditta petrolifera per difendere i lavoratori dagli attacchi dei lupi. Figlio del melting pot, il padre era un ubriacone irlandese con la passione per la poesia, egli è il portagonista di quello che mi sono permesso di rinominare “western” glaciale in cui la frontiera è rappresentata dai ghiacci dell’Alaska ed il pericolo non è il pellerossa. John Ottway è una figura a dir poco crepuscolare, è l’ultimo cavaliere in una valle di lacrime ghiacciate, è un cowboy con la pelliccia in eterna lotta con delle bestie feroci.
Detto fatto.
Durante un viaggio aereo, in seguito ad una bufera, il boeing su cui viaggiava precipita in qualche remota zona a cavallo fra l’Alaska ed il Canada, da questo momento lui e i sette sopravvissuti al volo devono fronteggiare un branco di lupi feroci.

Questa è una delle due chiavi di letture del film,
quella da film d’azione. Voglio dire, l’azione c’è, il film è puro cinema di menare ed unisce alle scene action le atmosfere horror ( i lupi grossi come leoni non risparmiano nessuno), senza scordarsi però delle paure e delle emozioni che affliggono i personaggi. L’opera, come dicevo, ha una seconda chiave di lettura, può essere interpretata in modo più profondo. Il film è come un viaggio che in un certo qual modo fa maturare i personaggi, ed ecco spuntare il tema della redenzione e della predestinazione al fallimento o al successo.

Io preferisco questa chiave di lettura. Il protagonista pur essendo un “duro e puro”, ha i suoi drammi che ritrova nell’esperienza vissuta e nei sogni/incubi che lo tormentano, si distanzia parecchio dal classico duro del cinema d’azione. L’opera in fondo parla di questo, abbiamo un gruppo di uomini maturi destinati a perire in una selva oscura, sono soggiocati dalle fiere, hanno paura. Caronte li ha abbandonati, è esploso assieme alla barca, sono circondati dal nulla. Sono predestinati al fallimento o al successo, anche Dio si è dimenticato di loro e si ritrovano così a vagare per la loro strada. In passato hanno seguito la via del peccato ed ora pagano pegno.

Quello che vivranno non verrà raccontato con facilità.

Perfino la morte è meglio di niente.

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