Recensione su Il Grande Gatsby

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La speranza è un cocktail classico e moderno / 27 Gennaio 2017 in Il Grande Gatsby

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Accolto in modo freddo a Cannes 2013, dove è stato il film d’apertura del festival, e criticato da più parti in modo negativo, a me “Il Grande Gatsby”, invece, è piaciuto. Film fazioso sì, ma coerente. Ricco di orpelli, ma che non lo rendono stucchevole, anzi, emotivamente coinvolgente.

Tratto dal romanzo omonimo, uno degli apici della letteratura americana anni ’20, di Francis Scott Fizgerald, il film di Baz Lurhmann è essenzialmente Gatsby: il film ruota su di lui, fin dall’inizio, quando resta dietro il palco, fuori dall’inquadratura, non lo vediamo, ma ne sentiamo parlare; e poi, a maggior ragione, quando entra in scena e diventa vero mattatore dell’azione narrativa, degli snodi della vicenda, dei cambi di ritmo e tono. Perché dietro a questo enigamtico protagonista, interpretato quasi in modo “neoclassico” per la storia del cinema da uno struggente Leonardo di Caprio, si nasconde il segreto più antico del mondo, forse scontato, ma certo scontatamente necessario: l’amore. Ed è così, di fatto, che Luhrmann firma, come sua consuetudine, una poderosa storia d’amore. Che non solo vuole farsi guardare, tanto è pulita e ricca di coinvolgimenti visivi l’esteriorità de Il grande Gatbsy, quasi fosse una chiesa barocca, ma anche involontariamente e in modo naturale farsi altro di più, entrando nelle cripte dell’animo umano, affinché lo spettatore possa scandagliare le sue intimità, teorizzate appunto dalle perfette equazioni dell’amore, e fare i conti con il proprio passato e il proprio presente, tempo di amanti, in quanto persone che amano. Di fatto dietro a tutto quello che Jay Gatbsy fa, dietro a ogni minimo e singolo suo gesto, si nasconde ogni dettaglio e particolare della sua amata, la dolce Daisy (un’ottima e atipica Carey Mulligan): costruisce il suo immenso castello nella riva opposta rispetto a dove abita lei, a Long Island, e organizza feste alle quali partecipano tutti gli abitanti di New York, aspettando il giorno che fosse comparsa proprio lei; si fa amico il cugino, un prezioso Tobey Maguire, per orchestrare un incontro con lei; si fa impostore, arrivando a deturpare la sua anima, per trovare i soldi fondamentali per apparire qualcuno a suoi occhi. Tutto per lei, per poter rivivere quel passato che l’ha visti insieme, prima della separazione forzata causata dallo scontro mondiale. Luhrmann è esagerato, è lucido, sia nella meticolosa perfezione dell’immagine, sia nel processo creativo del film, in quello che vuole, in quello che desidera lasciare a noi. È coraggioso, perché ambizioso, è un dj che alla console mixa il classico con la modernità, e non mi riferisco solo alla stravagante colonna sonora del film. È maestro: scopriamo pagine d’antologia, in particolar modo nella prima parte quando Gatsby non compare, ma viene suggerito ed evocato da ogni inquadratura del regista australiano, come fosse un’entità divina, che possiede il fascino dell’eroe di un racconto epico.

È talvolta predicatore: con noi e per noi. Perché l’ultima inquadratura è dedicata a quella luce verde, simbolo quanto mai esplicito di speranza, che per Gatsby non solo era il segno identificativo della casa di Daisy, ma anche faro di un nuovo passato, che si fa presente e poi futuro, con la sua donna amata; di più, era motore delle sue giornate, lumicino di salvezza quotidiano. E seppur noi conosciamo il destino amaro a lui riservato, quei squilli di un telefono fino a quel momento muto di un silenzio assordante, sono stati per Gatsby motivo di una morte felice. Il faro per noi resta acceso. E allora come Gatsby tendiamo la mano ogni giorno, verso la speranza che si fa Sogno, il nostro sogno. E “continuiamo a remare, come barche controcorrente”.

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