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Recensione su Furore

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25 luglio 2011

Ottimo film, classico nell’impostazione quasi teatrale, “sporco” e lirico (anche se appena un po’ troppo retorico) il giusto, concreto quanto basta per associare, ad un dramma davvero straziante come quello dei profughi (e non si tratta soltanto di coloro che, alla fine degli anni ’30, emigrarono verso est, verso la California del sogno, delle arance e delle casette bianche, a causa dell’espropriazione delle terre e delle dust bowls cantate da Guthrie, ma di tutti coloro che sono stati costretti, in un qualsiasi momento della storia, a lasciare la propria casa), dei volti (nel caso specifico il bel viso di un giovane Fonda, perfetto per incarnare un certo idealismo ingenuo ma vibrante e sincero), delle immagini che gli dessero vita e sostanza.
Nonostante questo, però, rimane ben al di sotto del libro dal quale è stato tratto (e non lo dico soltanto perché amo Steinbeck): è vero, la speranza in una fantomatica luce oltre l’oscurità e la miseria chiude entrambe le opere, ma l’immagine che il lettore trova stampata nella sua mente a fine lettura (quella ormai iconografica, e giudicata, al tempo in cui il volume fu pubblicato, insopportabilmente scandalosa dalla censura, della non più futura madre che porge il proprio seno ad un vecchio assetato) ha una forza che alla scena con la quale Ford decide di congedarsi dal suo pubblico (Fonda che, nella nebbia, s’allontana dal campo, dalla pista da ballo ormai deserta, sotto lo sguardo benedicente della madre) manca.

1 commento

  1. paolodelventosoest / 12 settembre 2012

    Oh, come l’aspettavo quella scena finale! Ma ahinoi, l’epoca non lo consentiva…

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