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Recensione su Grand Budapest Hotel

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Il solito Wes. / 11 aprile 2014 in Grand Budapest Hotel

Siamo daccapo: di film in film, Wes Anderson affina le sue capacità tecniche, crea mirabilie scenografiche (queste sono, forse, le migliori scene realizzate ad hoc che ho visto finora nelle sue pellicole: l’albergo, per esempio, è maestoso, monumentale, meraviglioso, sia in stile fin de siécle che anni Sessanta), si diverte ad esaltare i dettagli più minuti, dirige con competenza ed estrema vivacità frotte di ottimi attori, crea siparietti deliziosi (l’evasione dal Check 19, per esempio).

Però, non fa che rimestare sempre la stessa (gradevole) zuppa.
Il film è visivamente ricchissimo, ha un buon ritmo, offre suggestioni molteplici, diverte in più punti, ma… Ma.

Ricicla (pur con sapienza) figure e strutture già ampiamente utilizzate nei suoi lavori precedenti, si cita, è ampiamente autoreferenziale, nulla aggiunge alla sua poetica, né alla sua estetica, se non una nuova carrellata di volti e di simpatiche peculiarità.
Ci sono il solito tema della fuga, quello della ricerca, quello dell’amore blandamente osteggiato, quello del modello da ammirare, quello dell’imprevisto e del dramma affrontato con pragmatismo, tutto “semplicemente” ambientato in un nuovo contesto.
E’ indubbia la qualità della messa in scena, il palpabile coinvolgimento e piacere del cast di essere immerso in una dimensione tanto esteticamente (e pregevolmente) caratterizzante, ma non so per quanto tempo questa ripetitività possa giovare al buon Anderson.
Temo che, alla lunga, il semplice artificio temporale (piano piano, le sue storie stanno arretrando nel tempo: un giorno, di questo passo, potremmo vedere un film di Wes Anderson ambientato alla corte del Re Sole) che gli permette di sfruttare amabilmente la sua passione per le ambientazioni rétro non potrà accontentare sempre il pubblico. La codificazione estrema di un linguaggio potrebbe essere, quindi, controproducente.

Piccola, ma non soprassedibile (perlomeno, per me) stonatura: lungi da me intenti bacchettoni e pur supponendo che il contrasto fosse voluto, l’uso ripetuto di alcune espressioni triviali all’interno di dialoghi forbiti ed eleganti mi ha lasciato perplessa. Non so se date espressioni siano presenti nella versione originale o se siano state introdotte in quella italiana: resta il fatto che taluni termini stridono eccessivamente con l’atmosfera generale, altrimenti gradevolmente affettata.

Note perlopiù personali: il personaggio di Dmitri, interpretato da un nerissimo Adrien Brody, è quello di contorno potenzialmente più interessante, pregno di umori diabolici, ma è quello stranamente meno sfruttato dal plot.
Strepitoso il trucco che cancella letteralmente le fattezze di Tilda Swinton per consegnare allo schermo una credibilissima ottuagenaria.

3 commenti

  1. paolodelventosoest / 14 aprile 2014

    Mi farò bastare la monumentalità dell’Hotel 😉

  2. PassionSilver / 10 gennaio 2015

    Mi fa piacere che anche tu abbia notato il personaggio Adrien Brody/Dmitri. Giuro che, fin dalla prima scena in cui è apparso, ho sperato che la trama gli concedesse più spazio. Purtroppo la sua è stata una splendida interpretazione ‘soffocata’ dal resto.

    Comunque il mio preferito tra i lavori di Anderson è ‘Il Treno per il Darjeeling”, l’ho preferito anche rispetto a “Grand Budapest Hotel”. Sarà un caso – o forse no – ma lì Adrien Brody ha un ruolo decisamente più importante. I colori di quel film mi sono proprio rimasti nel cuore.

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