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Recensione su Grand Budapest Hotel

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Grand Budapest Hotel – L’eleganza nei dettagli / 17 aprile 2014 in Grand Budapest Hotel

Il Grand Budapest Hotel riserva ad ogni ospite un trattamento regale, le signore anziane, sposate o vedove che siano, possono inoltre contare oltre al servizio già impeccabile offerto dalla farsesca struttura, sull’intrattenimento personale del concierge Gustave H (Ralph Fiennes), ed è proprio delle avventure di quest’ultimo (4:3) raccontate per voce del suo amico, testimone, garzoncello, Zero Mustafa (2:35,1), a sua volta trascritte e pubblicate per non essere dimenticate da un qualsiasi scrittore (Jude Law), trovatosi nel posto ed al momento giusto, perché quando sei un autore (1,85:1) (Tom Wilkinson) non inventi un racconto ma semplicemente ti viene consegnato casulamente da altri. Ma tornando a Gustave H (4:3), l’amore di comodo per la vedova Madame D (Tilda Swinton), gli procurerà un’avventura indimenticabile come mai prima era avvenuta nella (immaginaria) Repubblica di Zubrowka. Tutto inizia sempre con qualcosa di tragico, in questo caso la morte della vedova, che lascia in eredità al concierge il famoso dipinto “Ragazzo con mela” dall’inestimabile valore, questo attirerà su di lui le ire e invidie del di lei figlio Dimitri (Adrien Brody). Da qui in poi le vite di Gustave H e Zero diventeranno una corsa contro il tempo, per smascherare un complotto ordito per far ricadere le colpe sul concierge dell’assassinio di Madame D. L’ormai ricchissimo Mustafa (2:35,1) davanti ad un pregiatissimo vino racconterà allo scrittore l’incredibile avventura che lo vide protagonista in prima persona in quegli anni adombrati da una guerra imminente. Wes Anderson dirige con la sua pregiatissima eleganza formale una commedia, che cela all’interno un incredibile impianto drammatico ben nascosto da battute e situazioni che la pellicola instancabilmente inscena coscentemente una di seguito all’altra. L’autore de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, confeziona una sorta di antologia del suo cinema (come un sarto che realizza da solo il proprio abito) in questo racconto nel racconto, nel racconto (la ripetizione non è casuale), evitando di autocompiacersi dello spettacolo creato. Concentriche orbite elittiche rapiscono lo sguardo trasportandolo nella razzista Repubblica di Zubrowka, o più precisamente in quel piccolo luogo fuori dal tempo che è il Grand Budapest, hotel la cui “vita” è caratterizzata dalla routine giornaliera dei dipendenti, che vede in Gustave H e successivamente in Zero le uniche particelle anarchiche di un organismo altrimenti perfetto la cui decadenza sembra non solo certificata ma anche inevitabile. Anderson disegna una matrioska fatta di colori e personaggi, dipanati su più piani temporali dalla tutt’altro che scontata semplicità, muovendosi da vero conoscitore dello spazio appiana qualsiasi complessità narrativa del racconto, nel racconto, nel racconto (la ripetizione non è casuale), semplicemente lasciando alle immagini il compito di narrare la storia, al punto che “Grand Budapest Hotel” ricorda in molte parti quel cinema fatto di sola luce senza audio ma comprensibilissimo grazie al perno che faceva sull’immaginazione. Tutto nella pellicola funziona con la precisione di un orologio (ed il tempo sia arrivo che partenza delle traiettorie visive in questa pellicola), dagli interpreti (magnifici praticamente tutti e nemmeno un cameo viene sprecato), alla sceneggiatura, passando per un montaggio coscienzioso dei tempi necessari per far ridere o creare tensione, ma in grado di impreziosire il magnifico comparto visivo della pellicola. E’ proprio il “Grand Budapest Hotel” quella metà che volevamo raggiungere qualche anno fa quando salimmo con lo sguardo su “Il treno per il Darjeeling”, dopo essere stati stupiti dall’eleganza dello squalo giaguaro nelle profondità dell’oceano, ma probabilmente solo ora il racconto è arrivato al suo autore e poco importa se anche questa volta ci ritroviamo nuovamente di fronte ad una “famiglia allargata”, perché proprio come gli ospiti dell’hotel siamo nuovamente a casa.

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