Recensione su Grand Budapest Hotel

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23 luglio 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

In un paese fittizio, tipo quelli che si inventano per i tesori che deve cercare Zio Paperone nelle storie su Topolino, c’è un hotel fittizio sul cucuzzulo di una montagna, con la neve alta così, e un concièrge fittizio che si chiama Gustave, e il neoassunto pischello Zero. Che si conoscono, agiscono, scappano, sono presi, riscappano. And so on.
Sempre più perfetti come bambole, questi personaggi di Anderson, in hotel di bambole ma con i toni leggeri e tenui dello slapstick, lo stop motion, mille attori super (io Tilda non l’avevo riconosciuta, nascosta sotto troppi troppi chili di vecchiezza). Tutto delizioso e delicato e lieve, persino gli angoli si finisce per immaginarseli smussati, così, e poi il tono, i movimenti, i colori che accarezzano, lo stile e i caratteri. Il flashback del protagonista volge indietro a uno sguardo malinconico e sperso a una vecchia Europa benestante e cosmopolita, dove ci si scopava le vecchie ma col sorriso sulla bocca di lui e la dentiera di lei, e ci sono i fascismi e idiotismi e la messa alla berlina delle istituzioni supposte “dell’ordine”.
Da più parti l’accusa per Wes è di essere caduto in una sorta di manierismo autoreferenziato. Che personalmente preferisco identificare come cifra propria e scelta stilistica. All’incirca un discorso analogo a Tim Burton, dei cui film ormai quasi nessuno è mai soddisfatto perché vorrebbe che rifacesse centro volte Edward e Big Fish. Ma quello è andare indietro e non avanti, e seguano un po’ il sentiero che gli pare. Tutto tenuto conto, a me piace.
E vivi si muore.

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