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Recensione su Grand Budapest Hotel

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4 giugno 2014

Wes Anderson mi ha stufato. E non è perché ho visto tutti i suoi film, ma perché vedendo tutti i suoi film è chiaro qual è l’andazzo che ha preso: se i primi avevano bei personaggi, bei dialoghi, set/costumi meno fiabeschi e inquadrature non per forza simmetriche, da Moonrise Kingdom in poi non ci restano che un paio di personaggi carini (i protagonisti), qualche battutina qua e là vagamente memorabile, set/costumi solo fiabeschi e inquadrature a ogni costo simmetriche. In due parole: che palle.
Sorvolerei sulla questione dell’estetica se solo non avesse sommerso tutto il resto. Qualcuno ha detto che i film di Wes Anderson sono diventati un’occasione per prendere attori famosi e vestirli in maniera stravagante: esattamente. A me però dei suoi film piacevano i personaggi, i dialoghi, il modo in cui si rapportavano, con l’estetica che rappresentava quel tocco particolare in più, mentre ora si riducono a “il cattivo vestito di nero” o “la ragazza con la voglia a forma di Messico” (?), in altre parole macchiette perfettamente al centro dello schermo perché non sia mai che siano decentrate. È la conseguenza naturale dell’aver abbandonato il taglio realistico per uno completamente surreale/fiabesco, però boh, non è per questo che lo consider(av)o uno dei miei registi preferiti.
Sì, è un film carino, Ralph Fiennes è sublime, il duetto di personaggi protagonisti è adorabile, la storia ha quello spirito un po’ scanzonato che sicuramente vi piacerà tanto, ma anche basta.

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