Recensione su Il viaggio di Arlo

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Qualità estetica batte narrazione a tavolino / 5 Aprile 2016 in Il viaggio di Arlo

Benché i dettagli “adulti” della vicenda (le svariate morti, l’istinto di sopravvivenza mostrato senza facili edulcorazioni, l’inaspettato uso di allucinogeni) mi abbiano colpita e l’assunto alternativo che governa il film (esseri umani e dinosauri che convivono) sia simpatico, nel complesso Arlo non mi ha appassionata granché dal punto di vista narrativo, né mi ha emozionata particolarmente.
Forse, ho colto troppi riferimenti a generi (il western classico, in primis) e a svariate opere cinematografiche precedenti, anche Disney (Il Re Leone, inevitabilmente, riecheggia pressoché ovunque, con “plagi” quasi imbarazzanti nella loro asettica proposizione), senza che questi venissero messi in scena con un’originalità tale da farmi dimenticare a cosa potessero somigliare.

L’avventura formativa del giovane dinosauro un po’ disadattato è uguale a molte altre già incontrate in letteratura e al cinema e a mio parere non presenta peculiarità tali da richiederne una messinscena.
Il tema della famiglia, dell’identità e della crescita sono quelli che la Pixar ha sempre messo in scena, ma, in questo caso, mi pare che la materia sia stata trattata un po’ troppo banalmente.

Un discorso a sé merita la rappresentazione degli elementi naturali che, qui, raggiungono vette di realismo impressionanti.
Forse, anche per questo Arlo mi sembra poco più di un esercizio tecnico, un costoso contenitore utile a mostrare i livelli di animazione raggiunti dall’azienda di Lasseter che qui “sfrutta” temi drammatici a soli scopi dimostrativi in una maniera che, finora, non mi era ancora capitato di percepire così platealmente nei film Pixar.
In sostanza, la qualità narrativa che, più o meno sempre, ho apprezzato nei lavori Pixar, in questo film sembra essere stata accantonata a favore di una pur pregevole rappresentazione. Peccato.

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