Recensione su Il viaggio di Arlo

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Oltre la semplicità / 1 dicembre 2015 in Il viaggio di Arlo

Una storia solo apparentemente semplice, e solo apparentemente più lineare dei precedenti film Pixar. È in realtà un film sulla paura. Non ho mai visto in un film d’animazione un protagonista così caratterizzato per ansia e disadattamento fino al disagio suo e dello spettatore (me, almeno). Non c’è solo il racconto di formazione e il viaggio dell’eroe, ma una vera e propria disabilità psicologica, tale che non basta né la buona morale né la terapia d’urto a superarla. Il piacere di vivere non torna in Arlo per istinto di sopravvivenza, ma per vocazione di cura sia verso la madre addolorata sia verso lo sconosciuto Spot che sarà poi destinato a abbandonare.
Gli autori di Il viaggio di Arlo farciscono così tanto il film di buoni sentimenti (come richiesto dal mercato) da fare il giro e raggiungere paradossalmente l’estremo opposto: profondità, maturità, crudezza, originalità. Un risultato sbalorditivo che non mi sarei mai aspettato nemmeno dalla Pixar, verso cui sono già estremamente esigente, e che già è lo studio d’animazione (almeno in occidente) più maturo sulla piazza.
Poi, sì, ovvio: è anche uno spettacolo per gli occhi. Un’altra vetta tecnica raggiunta dalla Pixar, ma quella ce la aspettavamo.

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