Recensione su The Fall

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7,5 / 22 Gennaio 2014 in The Fall

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il curioso e poco fortunato regista Tarsem Singh si auto produce il suo soggetto dopo varie vicissitudini di carattere commerciale, che lo confinano il quella cerchia di registi “poco gestibili” dagli americani produttori.
Forgiatosi nel business televisivo degli spot pubblicitari mostra subito nei pochi istanti di commercial quali Coca Cola o Nike un estro potente, e una fervida capacità immaginifica.

Roy Walker è uno stuntman di professione in convalescenza in un ospedale nella periferia di Los Angeles per una brutta caduta sul set. Incontra Alessandria, bimba rumena dal passato burrascoso, anch’essa in convalescenza per una caduta che gli procurò un braccio rotto. I due si incontreranno spesso sul filo conduttore di una storia che desta i curiosi animi della bambina, che ruberà morfina sotto le richieste del narratore allettato Roy.

The fall, la caduta, è un film dell’immagine profondamente evocativo riguardo alla favola e all’immaginazione. Lo snodo fondamentale è proprio la cura dell’immagine, che travalica il senso stretto di tecnica estetica, e si carica di messaggi interiori recepibili dalla sensibilità umana come valore profondo. Per far ciò dev’essere indiscutibilmente presente una capacità di modellazione demiurgica, in questo caso vivida nella collaborazione tra Colin Watkinson, Tarsem Singh, Ged Clarke e Eiko Ishioka (rispettivamente fotografia, regia, scenografia e costumi), che riesce a dar vita ad uno dei migliori team tecnici dell’annata cinematografica. Molte le scene da ricordare, tra tutte : la danza indigena della resurrezione”, potente agglomerato ritmico, energetico nei suoni, nei colori, nelle luci e nei passaggi di campo visivo tra ritratti dei volti e ripresa della ampia coreografia (dalle movenze arcaiche e fortemente evocative), riproposizione di un momento esoterico di puro spettacolo; nel giuramento del bandito sulla carcassa del proprio fratello egualmente vigoroso nel rosso della tela-sudario, che continua il viaggio della vittima nel distinto impregnarsi di sangue, ergendosi a enorme simbolo di morte.
Omaggiando la favola come metodo narrativo la sceneggiatura compie un buon lavoro di sinergia tra il narratore della storia e il punto di vista da cui ne veniamo visivamente a conoscenza. Ecco che la piccola entra nel racconto, diventando figlia del protagonista e rialzandolo da una disfatta metaforica ma quantomai reale, causa della disperazione della bambina che non riesce a sopportare l’idea di un finale drammatico, sapendo bene in cuor suo che il dramma è ben più vicino a Roy di quanto lo sia l’inconsistenza della sua avventura favolistica.

La scenografia si distingue per varietà delle location in cui sono immerse le riprese ( più di 20 location intorno al mondo), scegliendo senza riserve molti dei simboli del genere umano, nonché i luoghi più belli del pianeta: piazza del Campidoglio a Roma, Villa Adriana a Tivoli, basilica di Santa Sofia a Istambul, Il complesso Jantar Mantar di Jaipur, Chand Baori vicino a Jaipur, il Taj Mahal ad Agra, il ponte Carlo di Praga e Forte Mehrangarh a Jodhpur sono solo alcuni dei posti ritratti nella loro maestosità, utili a magnificare una storia surreale con l’uso spiazzante della realtà. Costumi studiati in ogni ricamo, dove i colori assumono un forte significato d’insieme.

Le debolezze della narrazione stanno nella riva reale, che, seppur ben scritta, ben interpretata (magistralmente dalla piccola Catinca Untaru, che però è maldestramente doppiata) e dai risvolti non piatti ed emotivamente caratterizzati, pecca nel non riuscire a evitare di farci rimembrare storie simili, pur con un certa motivazione intrinseca non riesce a conquistarsi i giusti spazi, rimanendo confinata nei limiti troppo definiti di racconto.
Il finale è, assieme al titolo, la parte poeticamente più riuscita del meccanismo, che omaggia il cinema dello spettacolo e i mirabolanti stuntmen del tempo, ricordandoci il grande piacere della finzione coreografata, mostrandoci grandi passati Chapliniani, Keatoniani, e in genere ringraziando chi, con la magia dello stupore, riuscì a meravigliare un intera epoca cinematografica.

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