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Recensione su The departed – Il bene e il male

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14 marzo 2014

Che Scorsese abbia vinto l’Oscar con The departed (o solo con The departed), è sintomatico di quanto poco questi pur conclamati premi possano dire della vita artistica di un regista (e di un uomo di cinema in generale).
Il film è sicuramente bello, accattivante, veloce (forse troppo), ma non convince al 100%. Forse perché si risolve in una sorta di thriller poliziesco fine a se stesso (lo vedo un pò meno gangster movie, pensando ai classici), che delude le attese di un pur fuorviante sottotitolo italiano e di un inizio che, nonostante il casino dominante nella prima mezz’ora, lasciava intravedere qualcosa di più di un finale caotico (nel doppio senso, stilistico e ontologicamente contenutistico).
Un finale arrembante e ruffiano, nel doppio senso del voler sistemare le cose e della chiusura ad effetto che genera quell’impatto emotivo che tanto piace al pubblico.
Costigan è il buono nonostante l’ambiente in cui è cresciuto. Sullivan è il secchione cattivo, a causa di un apparentemente isolato episodio della sua infanzia (o anche qui Scorsese è stato precipitoso, che dite?).
Insieme danno vita a un’intrigata storia di vicendevoli infiltrazioni, a tratti un tantino inverosimile.
La sceneggiatura fila, ma ha parecchie crepe, alcune dovute proprio alla velocità con cui si cerca di liquidare le cose, a vantaggio di una rapidità cinematografica che non sempre aiuta la trama.
Scorsese, comunque, tiene bene in piedi il teatrino, senza alcuna sbavatura nella regia.
Un cast d’eccezione ha contribuito al successo della pellicola: davvero ottimo Nicholson, che invecchiando migliora, come un buon Barolo, discreto Matt Damon e non male, per una volta, DiCaprio, che quando trova un ruolo adatto a lui (non ce ne sono molti per il vero) tiene bene la scena.
E poi due personaggi francamente inutili: una nell’economia dell’intreccio (la psicanalista contesa sentimentalmente dai due protagonisti, di cui francamente non si sarebbe sentita la mancanza); e uno per l’assillo di fare il duro a tutti i costi (ancorché solo dialetticamente): un Wahlberg discreto ma a cui si fanno pronunciare battute che lasciano perplessi.
Solita grande colonna sonora scorsesiana.
Stupende le location in una Boston fotografata anonimamente ma con lo stile che la contraddistingue tra la selva di metropoli americane.
L’unica certezza ce la dà profeticamente il titolo originale: muoiono tutti.

11 commenti

  1. paolodelventosoest / 17 marzo 2014

    Forse non ho notato o non ho dato molto peso a questa ruffianeria… Secondo me questo film è strepitoso; comunque bella recensione!!

  2. hartman / 17 marzo 2014

    non lo so, @paolodelventosoest, non mi ha convinto al 100%. Bello, per carità, ma preferisco lo Scorsese degli esordi, quello che sperimentava con la macchina da presa.. qui ci vedo uno Scorsese maturo, “di sistema”, molto hollywoodiano e meno imprevedibile (a parte l’imprevedibilità della sceneggiatura, ma io parlo della regia)…
    ruffiano per il finale, che mi dicono (io non ho visto il film made in hong kong di cui è sostanzialmente un remake) che sia stato modificato per renderlo più digeribile all’idea di giustizia americana…

  3. alex10 / 17 marzo 2014

    Ti dico che di questo film l’unica cosa che critico è che sia un remake, solo questo non mi va molto giù, infernal affairs è molto bello.
    Però, devo ammettere che il finale è bellissimo, formidabile e agghiacciante…perfetto così com’è, non credo ci sia della ruffianeria.
    Nonostante non lo ritenga un capolavoro, devo ammettere che per me trovare dei difetti in quest’opera è veramente complicato, forse non ne ha…forse è solo il difetto sostanziale di essere pur sempre un remake, con scene molto simili (come è logico che sia) all’originale !

    • hartman / 17 marzo 2014

      è peraltro curiosa la somiglianza tra il finale delle Iene e quello di questo film… e il fatto che entrambi siano, rispettivamente, ispirati da / remake di film made in hong kong…

  4. paolodelventosoest / 17 marzo 2014

    E’ tutto un remake, in fondo 🙂

  5. hartman / 17 marzo 2014

    se, come diceva whitehead, la storia della filosofia occidentale non è altro che una serie di note a margine a Platone, va a vedere che la storia del cinema contemporaneo non è altro che una serie di remake di quello dell’estremo oriente? 😉

  6. alex10 / 17 marzo 2014

    Non saprei.
    Però, c’è differenza sostanziale tra ispirazione e remake….
    Sicurament in America hanno preso molto dall’Oriente…è vero.

    • hartman / 18 marzo 2014

      sì, la mia era una battuta, ovviamente, anche se il numero di film occidentali importanti che sono in qualche modo debitori al cinema orientale è veramente cospicuo, @alex10

  7. Bisturi / 17 marzo 2014

    The Departed è un buon film, realizzato e recitato benissimo. Pecca solo nell’originalità essendo un remake (anche se superiore all’originale). Si può dire tutto Oscar meritato o meno è relativo, ciò che conta è che il grande Marin Scorsese non ha preso nessun Oscar nè per Taxi Driver, nè per Toro Scatenato, nè per GoodFellas. Basta e avanza per capire i parametri di giudizio dell’Academy. Qui lo hanno finalmente premiato perchè, caz*o, era ora e se lo meritava e perchè il film è un pò accondiscendente nel finale. Se il personaggio di Damon fosse rimasto in vita, non avrebbe ricevuto premi secondo me.

    • hartman / 18 marzo 2014

      esatto, @rodriguez86, è quello che cercavo di dire nella prima frase della recensione e con il termine “ruffiano” riferito al finale…
      il film è bello, per carità, però l’oscar a mio avviso è più alla carriera che per il film in sè, anche perchè appunto, come dici, lo avrebbe meritato prima già varie volte (aggiungerei Mean streets, non sicuramente come miglior film, ma un riconoscimento per la regia lo meritava)…

      • Bisturi / 18 marzo 2014

        Mean Streets è spettacolare, un film chicca che già svelava il talento unico di un regista sempre troppo sottovalutato!

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