Recensione su The Danish Girl

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Un amore che vuole cambiare la storia. / 18 Febbraio 2016 in The Danish Girl

Il sesso e la carne, la mente e il cuore: poche questioni, come queste, riescono a rientrare in un ampio spettro di rischio quando scrittori e cineasti si accingono ad affrontarle. E nel caso di “The Danish girl” ancora di più, trattandosi di un’escursione nell’area emozionale di una donna in semiveglia in un corpo maschile: quello del pittore danese Einar Wegener. Sulla base di documentazioni perlopiù fittizie e in parte distrutte nel periodo nazista, il progetto comincia a prendere vita nel 2001, grazie alla versione dei fatti (piuttosto romanzata) dello scrittore David Ebershoff. Il soggetto, divenuto oggetto di interesse soltanto otto anni più tardi, passa per le mani di diversi registi: da Tomas Alfredson (“La talpa”) a Lasse Hallström (“Buon compleanno Mr. Grape”, “Chocolat”), ad altrettante attrici che avrebbero dovuto interpretare i ruoli principali; ma nessuno se ne interessò tanto quanto Tom Hooper, che prese in mano le redini della faccenda e sul set de “Les misérables” propose a Eddie Redmayne di dare un’occhiata allo script, convinto di aver trovato la persona più adatta per interpretare sia Einar che Lili.

E Hooper non ebbe tutti i torti: Redmayne, che dal canto suo si è già assicurato il benestare dell’Academy con “La teoria del tutto”, con la sua poliedria conferisce a Lili un’aura del tutto particolare, di calda e tenera innocenza, che concretizza il senso del suo peregrinare verso una ferma presa di coscienza personale e sessuale. Lili appare in scena come una presenza fluttuante: una morbida rimembranza lasciata da un sogno, che acquisisce via via contorni più decisi, sottolineando quanto la sua venuta sia stata attesa e voluta dallo stesso Einar. La regia, a tal proposito, interviene degnamente con inquadrature volte ad un accompagnamento discreto, che non indugiano nel sottolineare una diversità, bensì l’adattamento di Einar / Lili ai canoni femminili, anche quelli più tradizionali. Invece Gerda (Alicia Vikander), compagna fedele, si dimostra anche disinibita e fuori dagli schemi, tutt’altro che avvezza alle regole sociali o agli stereotipi. Difatti, in segno di rottura con quella conformità tanto anelata da Lili, sua creatura, Gerda rivela un’allure spiccatamente sensuale e slacciata da ogni tipo di pregiudizio, lasciando indizi qui e lì a far trapelare una sua natura bisessuale: dall’eccitazione provata alla vista di Einar con la sua camicia da notte all’utilizzo del bocchino, che all’epoca era considerato una sorta di simbolo della “lesbica chic”.

I primi piani su entrambe sono piuttosto insistenti, come di consuetudine per il cinema nordeuropeo, per carpire i loro pensieri e tormenti, ma rispettosi e tenuti sempre entro un’oculata demarcazione di riservatezza nei confronti di due esseri umani che, in ogni caso, sono caratterizzati da una natura fragile. Emergono come fulcri narrativi e cinematografici i temi dello sguardo e dello specchio: il primo, di derivazione voyeuristica, trasmette la sottomissione, il potere, ma anche l’imitazione atta all’incasellamento in un genere piuttosto che in un altro; il secondo, percettibile pure nell’immagine della locandina, è strettamente connesso non solo all’atteggiamento che Gerda e Lili hanno l’una verso l’altra, ma al titolo stesso del film, che non stabilisce chi sia la vera protagonista della storia, creando uguaglianza e comunione tra le due donne. Essendo “The Danish girl” un film che d’arte parla e si nutre, non poteva non esprimersi tramite una fotografia dal sapore pittorico, giocata con colori vibranti e complementari, rendendolo un dipinto in-motion cromaticamente armonioso. Il pregio più grande di Hooper è stato quello di eludere con classe ogni forma di caricatura della transessualità, essendo la sua un’opera insolita, che non è una storia d’amore, ma porta alla luce un amore che vuole cambiare la storia.

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