Recensione su The City

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M / 23 Gennaio 2020 in The City

Vista la possibilità, melliflua e subdolamente appagante, che internet dà a tutti gli utenti di mettere un voto a qualsiasi cosa, il 7 a questo classico del cinema documentario va necessariamente spiegato:

BREVEMENTE
9 ai primi 20 minuti circa;
4 agli ultimi 12 minuti circa.

UN PO’ MENO BREVEMENTE
Nei primi 20 minuti si assiste a uno dei rarissimi esempi di cinema vertoviano dopo Vertov: con un montaggio serratissimo (si arriva a punti con 7-8 inquadrature in dieci secondi), inquadrature sbilenche, campi lunghi claustrofobici sui grattacieli di New York, la descrizione senza pietà del ritmo inumano e dell’inquinamento assassino nella metropoli (New York) e nella città industriale (Pittsburgh) è di livello altissimo: il modo in cui viene trasmesso il senso di alienazione della modernità, peraltro aiutato da una voce narrante che non rinuncia a tenere il ritmo sincopato delle immagini, è davvero perfetto.
Poi però il film si perde nella pura propaganda dell’ultima parte, in cui si promuove il nuovo modello di città reso possibile dal New Deal: tutto diventa tremendamente più tradizionale, ritmo blando, tantissima retorica (sia visiva sia nella voce narrante, con robe tipo: “Order has come. Order and life together. We’ve got the skill, we found the way.”) e famiglie Mulino Bianco come se piovesse. Come disintegrare un film potenzialmente perfetto.

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