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Recensione su The Call of Cthulhu

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Un film come lo avrebbe visto lo stesso Lovecraft negli anni venti! / 10 giugno 2017 in The Call of Cthulhu

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

The Call of Cthulhu è l’unica riduzione finora realizzata di uno dei più popolari racconti de Howard P. Lovecraft, quello che ha imposto il nome al Ciclo di Cthulhu. Il richiamo di Cthulhu, questo il titolo italiano del racconto, fu pubblicato originariamente nel 1928 e la particolarità di questo mediometraggio è di essere stato concepito come se fosse stato realizzato proprio negli anni venti del secolo scorso, in piena epoca d’oro del cinema muto. La pellicola è, infatti, in bianco e nero, appare con numerosi graffi (aggiunti in post-produzione) come a suggerirne la vetustà, ha un convincente e crepitante accompagnamento sonoro sinfonico, gli attori sono truccati come si usava all’epoca e recitano con il classico stile enfatico tipico del muto. Insomma, se lo stesso Lovecraft avesse visto un film tratto dalla sua opera, probabilmente avrebbe visto qualcosa di molto simile. A stonare non più di tanto, alcune tecniche di ripresa e di montaggio palesemente moderni che, visti con occhio esperto, rischiano di svelare la finzione. Realizzato con i fondi della H.P. Lovecraft Historical Society (HPLHS), il film riesce all’interno dei 47 minuti di durata a inserire tutti gli elementi della vicenda raccontata dal Solitario di Providence e a esserne una trasposizione fedele. La pellicola, come il racconto, è divisa in tre parti. In “The Horror in Clay”, il pronipote di un professore di linguistica ricoverato in un manicomio, chiede in punto di morte a un amico (personaggio inventato per il film) di bruciare alcuni documenti ricevuti in eredità dal prozio e talmente sconvolgenti da averlo portato alla pazzia. “The Tale of Inspector Legrasse” racconta invece delle indagini di un ispettore di polizia di New Orleans su un misterioso e sanguinario culto. In “The Madness from the Sea”, l’ultima parte, è raccontata la tremenda avventura di un marinaio norvegese che, sbarcato insieme dell’equipaggio della propria nave su un’isola sconosciuta, trova i resti dell’antica città di R’lyeh, dimora del mostruoso Cthulhu, uno dei Grandi Antichi della cosmologia lovecraftiana, risvegliandolo dal proprio sonno millenario. Quest’ultima parte è quella che meglio riesce a L’espediente di aver girato il film in stile così retrò, solleva la produzione dal dover concretare costosi effetti speciali, irrealizzabili col modesto budget disponibile (50.000 dollari). Nonostante ciò, il film funziona splendidamente perché quelli che potevano essere scarsi e retrogradi effetti speciali, in film muto diventano invece funzionali e rendono più facile sospendere l’incredulità dello spettatore. Un esempio ne è la riproduzione dei giganteschi gradoni della città di R’lyeh, mostrati in efficace stile espressionistico d’epoca che richiama le “geometrie non euclidee” descritte nel racconto, o il risveglio Cthulhu animato in stop-motion, inaccettabile per un film degli anni duemila, ma assolutamente efficace nel ricreare l’atmosfera degli anni venti e di orrore cosmico lovecraftiano, rendendo un giusto tributo all’opera di un autore spesso maltrattato e tradito dal cinema. Nel 2011, sempre tratto da Lovecraft, la stessa società realizzerà col medesimo criterio il lungometraggio The Whisperer in Darkness.

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