Recensione su The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

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9 Gennaio 2014

Scritto e diretto da Lee Daniels e liberamente ispirato alla vita di Eugene Allen, “The Butler” racconta la vicenda biografica di Cecil Gaines, afroamericano e maggiordomo alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, percorrendo, attraverso i suoi occhi, quasi mezzo secolo di storia americana.

Inserendosi in una variopinta successione di recenti produzioni cinematografiche sul tema della segregazione razziale (da “The Help” di Tate Taylor al prossimo in uscita “12 Anni Schiavo” di Steve McQueen, passando per il “Lincoln” di Spielberg e il tarantiniano “Django Unchained”) la pellicola delude, in parte, l’intensa aspettativa che ne accompagnava l’uscita.
La sceneggiatura, innanzitutto, risulta piuttosto disomogenea. I tre punti di vista attorno ai quali ruota il plot (quelli di Cecil, del figlio Louis e del Presidente di turno) non sono mai esplicati in maniera tale da avvalorare e approfondire la tematica del film: si parla di “segregazione razziale”, certo, ma in che toni? Al di là dell’ovvio e dei ruoli, cosa aggiunge il film all’argomento di non puramente descrittivo? Uno spunto apprezzabile viene offerto dalla visione del servizio di Cecil alla Casa Bianca come una lotta silenziosa e inconsapevole per l’emancipazione della comunità afroamericana: come se egli, semplicemente con il suo fare, potesse andare a costituire un modello solido e non violento – quasi “gandhiano” – verso il quale i “bianchi” non potranno, prima o poi, che nutrire rispetto e stimarne l’uguaglianza. Una considerazione interessante e originale che, però, non fuoriesce mai dalla sordina. Un gran peccato.
Le note a favore del film sono comunque consistenti, a partire da un’ottima fotografia (che raggiunge l’apice nel ritrarre le coreografiche azioni rituali di Cecil a lavoro), passando per un montaggio funzionale alla narrazione (un po’ sciatto, però, nell’inserimento delle video – sequenze d’epoca, che potevano tranquillamente essere omesse), fino alle più che encomiabili interpretazioni di Forest Whitaker ed anche – bisogna ammetterlo – di Oprah Winfrey, un po’ indebolita da un personaggio piuttosto stereotipato. Brevi e intense quelle di Robin Williams (Dwight Eisenhower) e Liev Schreiber (Lyndon Johnson). Resta un mio personale un punto interrogativo il perché della scelta di Mariah Carey nella breve sequenza d’apertura.

P.S. Il voto vuole essere un 6e1/2, ma sono costretto dal sito a mettere 6.

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