10 Recensioni su

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

/ 20137.2316 voti

il voto sarebbe un 7.5 / 9 Giugno 2020 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Interessante film tratto da una storia vera.
Cecil Gaines (Forest Whitaker) parte dai campi di cotone dove i genitori sono schiavi della tenuta per arrivare a essere maggiordomo della Casa Bianca servendo diversi presidenti.
Il film è interessante per tracciare comunque un percorso storico, da Eisenhower fino a Reagan; da una parte Cecil e i vari presidenti che va a servire, dall’altra vista soprattutto per mano del figlio la segregazione razziale e i vari progressi per cercare di far valere i diritti civili
degli afroamericani (visto quel che sta succedendo adesso, ci sono ancora diversi passi da fare).
Sono soprattutto i contrasti tra padre e figlio a caratterizzare il film; il figlio che pensa che il padre sia in una sorta di bolla magica e si sia scordato quello che si deve fare per affermare i diritti dei neri. Ma è anche il lavoro del padre, facendosi rispettare in una elite, che può servire per vedere gli afroamericani in un’altra maniera.
Nel ricco cast da citare Oprah Winfrey nei panni della moglie di Cecil, Robin Williams è Eisenhower, James Marsden è Kennedy, Liev Schreiber è Johnson, John Cusack è Nixon, Alan Rickman è Reagan con
Jane Fonda nei panni di Nancy.

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Bellissimo / 27 Maggio 2016 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Davvero un film capolavoro. Che sono felice finalmente di poterlo aver visto

Yes We Can / 27 Febbraio 2015 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Ho guardato questo film volutamente a breve tempo di distanza dalla visione di Selma. Questo film racconta uno dei motivo per il quale quando Barack Obama era salito alla presidenza nel 2008, ho pianto di gioia come una cretina. Non condivido tutte le sue scelte politiche, soprattutto le sue recenti decisioni in politica estera, ma non riesco a non nutrire grossa simpatia per lui. La lunga storia della ricerca dei diritti civili da parte dei neri americani ha avuto con lui un lieto fine. Profondo il cambio di punti di vista tra padre e figlio, che mostra una presa di coscienza intelligente, difficile ma necessaria per la lotta contro la segregazione razziale.

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8 Gennaio 2015 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Trovo che sia un film molto bello, che racconta in modo coinvolgente tutte le vicende storiche trattare. Con un minimo di conoscenza della storia degli Stati Uniti è possibile seguire tutta la trama senza alcun problema, e capire perché certi fatti si sono verificati.
Grazie anche ai bravissimi attori presenti e allo stile narrativo scorrevole e mai pesante, possiamo conoscere il punto di vista di chi ha lottato per i propri diritti, chi ha promesso e mai mantenuto, chi si è davvero impegnato nella causa, chi ha sostenuto con forza la propria opinione e chi ha creduto fortemente nei valori di un paese pieno di contraddizioni.

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L’UNICA COSA CHE CONOSCEVO ERA IL COTONE… / 6 Marzo 2014 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Gli americani chiudono sempre un occhio su quello che hanno fatto al loro popolo. Guardiamo il resto del mondo e giudichiamo. Sentiamo parlare dei campi di concentramento ma quei campi ci sono stati per ben 200 anni anche qui, in America”.

È da qui che inizia la vicenda di “The Butler“, tratto da una storia vera. Cecil Gaines (Forest Whitaker) è un bambino afroamericano che lavora insieme ai genitori in un campo di cotone del sud degli Stati Uniti. Alla tragica morte del padre viene assunto come “negro di casa” dalla vecchia proprietaria della tenuta. Cecile impara che un negro deve passare inosservato, che deve lavorare senza che i “bianchi” avvertano la sua presenza: intraprende così la strada che percorrerà per tutta la vita. Oramai cresciuto, decide di scappare dalla tenuta sebbene la situazione di quegli anni fosse ancora tragica per gli afroamericani.

“In qualsiasi momento un bianco poteva uccidere uno di noi e restare impunito; la legge non era dalla nostra parte, la legge era contro di noi”.

Dopo un periodo di stenti tuttavia Cecil viene assunto a lavorare in un hotel. Qui gli viene insegnato dal suo collega più anziano che un buon maggiordomo deve avere due facce, la propria e quella che deve mostrare ai bianchi. Una lezione che Cecil imparerà solo col tempo. Un’ulteriore svolta nella vita di Cecil avviene quando il vecchio maggiordomo, giudicandolo oramai esperto, rinuncia ad un’offerta di lavoro a Washington, per lasciare il posto a lui. Cecil si ritrova così a lavorare in uno dei più prestigiosi hotel della capitale. È proprio qui che si fa notare per le sue capacità, grazie alle quali viene assunto alla Casa Bianca. Vi rimarrà per trent’anni, servendo tutti i presidenti degli Stati Uniti a partire dalla presidenza Eisenhower fino a quella di Regan.

La pellicola procede su due livelli narrativi. Il primo è quello degli avvenimenti storici che vi compaiono, dai moti di protesta di Martin Luther King, Malcom X e delle Black Panthers fino alla guerra in Vietnam e allo scandalo Watergate. Possiamo poi vedere un ritratto della storia privata dei vari presidenti, da Eisenhower (Robin Williams) a Regan (Alan Rickman), passando per Kennedy (James Marsden), Johnson (Liev Schreiber) e Nixon (John Cusack), molti dei quali caratterizzati ottimamente dai rispettivi interpreti. L’altro livello è quello della vita privata di Cecil e della sua famiglia. I due piani finiscono inevitabilmente per incrociarsi anche se le vicende storiche fanno sempre da sfondo a quelle famigliari.

Cecil a Washington vive con la moglie Gloria (Oprah Winfrey) e i suoi due figli. Il benessere e la felicità iniziale, vengono messi a dura prova quando Cecil viene assunto alla Casa Bianca. I turni sono molto pesanti e Cecil è costretto a rimanere a lungo fuori di casa. Ciò porta la moglie ad annegare la propria solitudine nell’alcolismo; da personaggio apparentemente fragile e ingenuo Gloria si rivela però essere quello più forte del film. Il figlio maggiore Louis inoltre lascia la famiglia per andare a studiare nel Tennessee. Qui, seguendo le parole di Martin Luther King e Malcom X, intraprende la via della rivendicazione dei diritti degli afroamericani, praticando forme di protesta non violente che lo portano più volte a finire in carcere nonché a rischiare la vita. Louis arriva addirittura a disprezzare il padre in quanto, ai suoi occhi, questi appare come un servo dei bianchi privo di dignità.

L’incomprensione tra i due, nonché la mediazione della madre, sono il vero filo narrante della vicenda, il triangolo che ne costituisce il nucleo. Se Louis decide di combattere, attraverso la via politica e l’impegno in prima persona, per la rivendicazione dei propri diritti e contro le discriminazioni di una società americana in cui il razzismo è ancora dilagante, Cecil preferisce conservare il proprio ruolo, ritenendo che un esercito di maggiordomi neri, dando il buon esempio, possa modellare in modo più efficace il cuore e le menti dei potenti di turno per ottenere quindi migliori risultati. Sarà solo con la vecchiaia che Cecil rimetterà in discussione ogni suo punto di vista: come egli stesso sostiene, non avrebbe mai immaginato che un vecchio potesse sentirsi tanto smarrito. Capisce così che il figlio stava combattendo dall’esterno la stessa battaglia che lui aveva combattuto per anni dall’interno in maniera silenziosa.

Il film è impreziosito dalla magistrale interpretazione del premio Oscar Forest Whitaker, capace di dare profondità ad un personaggio che poteva facilmente risultare scontato e prevedibile. Il tono eccessivamente retorico di alcune parti, soprattutto nel finale con la celebrazione di Obama, è forse l’unico neo di una pellicola sostanzialmente piacevole e coinvolgente, e ciò nonostante il tema dei diritti degli afroamericani venga oramai trattato costantemente dal cinema americano (vedi “12 anni schiavo”, “The help”, “Django Unchained”, solo per citare alcuni titoli).

L’unica cosa che conoscevo era il cotone…

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24 Febbraio 2014 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Nutrivo aspettative importanti, visto il cast (primo fra tutti proprio Forest Whitaker, che stimo moltissimo) e quello che della storia mi era parso di cogliere dal trailer.
Il genere è poi uno di quelli che preferisco, i film ispirati ad eventi realmente accaduti, incentrati su temi forti e che raccontano anche la storia degli anni in cui sono ambientati mi fanno letteralmente impazzire.
Bene, le mie aspettative sono state decisamente ripagate.
Il film racconta la vita di un uomo, un maggiordomo alla casa bianca, mostrandoci il lento mutare della sua visione del mondo negli anni, lavorando per presidenti diversi, in epoche vicine ma davvero distanti, e, soprattutto, confrontandosi con le nuove generazioni, rappresentate dai due figli, tanto diversi quanto accomunati dalla volontà di non restare fermi nello status quo, di cambiare le cose.
Il protagonista è un uomo mite, dedito al lavoro e pieno di decoro, ma è anche “frutto” di una vita che di scelte gliene ha lasciate poche.
E’ proprio quando aprirà gli occhi sulla sua condizione, allora, che cambierà il suo modo di vedere ciò che lo circonda, sentendosi per la prima volta davvero parte di un intero popolo relegato ai margini, arrivando a tornare sull’odiata terra della sua prigionia da schiavoe per riappropriarsi delle radici della sua vita.
Non bisogna dimenticare, ma non non si tratta neanche di rinnegare una vita vissuta in modo dignitoso e decoroso, bensì di lasciarsi confondere, spaventare, toccare dai cambiamenti che possono arrivare all’improvviso e in qualsiasi età della nostra vita, e avere la consapevolezza di ri – acquisire una mutata percezione delle cose, che rispecchi sempre chi siamo ma con qualcosa di diverso.
L’immobilismo è qualcosa che non appartiene all’uomo che vive davvero il suo tempo e la sua esistenza.
Un film che merita una possibilità, trattando un tema importante da un punto di vista interessante, sfiorando le storie di diversi individui presi nella stessa meschina condizione che si declina in tempi e luoghi diversi, mostrandoci, però, anche una possibilità di riscatto, di affermazione della propria identità di uomini al di là di qualsiasi divisione.
Narrazione efficace, ottime prove attoriali. Un buon film, che non fa gridare al capolavoro ma che ha l’innegabile pregio di aiutare la memoria di eventi e temi importanti, trattati in modo fresco e coinvolgente, senza sacrificarne l’importanza e il peso.

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10 Febbraio 2014 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Avevo letto un po’ dappertutto giudizi molto positivi ma dopo aver visto il film direi che è stato sopravvalutato.
La “piccola” storia della famiglia Gaynes e la grande storia dell’integrazione razziale vista attraverso i diversi presidenti sarebbe interessante ma, per ovvi motivi di tempo, sembra strutturata in episodi senza una vera e propria continuità e/o fluidità.

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9 Gennaio 2014 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Scritto e diretto da Lee Daniels e liberamente ispirato alla vita di Eugene Allen, “The Butler” racconta la vicenda biografica di Cecil Gaines, afroamericano e maggiordomo alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, percorrendo, attraverso i suoi occhi, quasi mezzo secolo di storia americana.

Inserendosi in una variopinta successione di recenti produzioni cinematografiche sul tema della segregazione razziale (da “The Help” di Tate Taylor al prossimo in uscita “12 Anni Schiavo” di Steve McQueen, passando per il “Lincoln” di Spielberg e il tarantiniano “Django Unchained”) la pellicola delude, in parte, l’intensa aspettativa che ne accompagnava l’uscita.
La sceneggiatura, innanzitutto, risulta piuttosto disomogenea. I tre punti di vista attorno ai quali ruota il plot (quelli di Cecil, del figlio Louis e del Presidente di turno) non sono mai esplicati in maniera tale da avvalorare e approfondire la tematica del film: si parla di “segregazione razziale”, certo, ma in che toni? Al di là dell’ovvio e dei ruoli, cosa aggiunge il film all’argomento di non puramente descrittivo? Uno spunto apprezzabile viene offerto dalla visione del servizio di Cecil alla Casa Bianca come una lotta silenziosa e inconsapevole per l’emancipazione della comunità afroamericana: come se egli, semplicemente con il suo fare, potesse andare a costituire un modello solido e non violento – quasi “gandhiano” – verso il quale i “bianchi” non potranno, prima o poi, che nutrire rispetto e stimarne l’uguaglianza. Una considerazione interessante e originale che, però, non fuoriesce mai dalla sordina. Un gran peccato.
Le note a favore del film sono comunque consistenti, a partire da un’ottima fotografia (che raggiunge l’apice nel ritrarre le coreografiche azioni rituali di Cecil a lavoro), passando per un montaggio funzionale alla narrazione (un po’ sciatto, però, nell’inserimento delle video – sequenze d’epoca, che potevano tranquillamente essere omesse), fino alle più che encomiabili interpretazioni di Forest Whitaker ed anche – bisogna ammetterlo – di Oprah Winfrey, un po’ indebolita da un personaggio piuttosto stereotipato. Brevi e intense quelle di Robin Williams (Dwight Eisenhower) e Liev Schreiber (Lyndon Johnson). Resta un mio personale un punto interrogativo il perché della scelta di Mariah Carey nella breve sequenza d’apertura.

P.S. Il voto vuole essere un 6e1/2, ma sono costretto dal sito a mettere 6.

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Ambrogio, avverto un leggero languorino / 6 Gennaio 2014 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Per la regia dell’afroamericano Lee Daniels, che nel 2009 aveva diretto l’intenso “Precious” (no, non quello di Gollum, quello di Gabourey Sidibe), “The Butler” è una buona (ma non ottima) pellicola, che rappresenta il percorso professionale e personale di un individuo correlandolo ai fatti che hanno segnato la storia della sua nazione, in un continuo ping pong tra la dimensione interiore e quella sociale.

Per spiegare più chiaramente il film penso che prima di farne una recensione vera e propria sia utile paragonarlo ad un’altra pellicola americana a 24 carati, uscita l’anno scorso e che (come probabilmente toccherà a “The Butler”) ha fatto incetta di nomination agli Oscar, ossia “Lincoln”.

Il punto in comune è evidente: entrambe sono pellicole storiche. Lo è più marcatamente l’opera di Spielberg, ovviamente, perché la sua dimensione storiografica costituisce il cuore del film stesso, mentre come già detto “The Butler” ha una grande simmetria con un singolo uomo comune, a contatto con il nucleo della politica (per via del suo lavoro) e allo stesso tempo estraneo ad esso data la sua funzione di mero servitore la cui opinione non deve mai trasparire.

Ma “The Butler” è, secondo me, migliore di “Lincoln”.

Il tallone d’Achille di “Lincoln”, per quanto sia una buona opera, è la sua imponenza pachidermica dal punto di vista storico-narrativo. Fatti, personaggi ed azioni sono mostrati con un dettaglio tale da essere accessibili solo ad un preparato pubblico americano; gli europei, per una mera questione di ignoranza scolastica e culturale, faticano a digerire un’opera così verbosa e minuziosa. I personaggi, magari anche importanti per il susseguirsi degli eventi, rischiano di diventare quindi un confuso e torbido miscuglio di visi senza una ben chiara connotazione su ognuno rispetto a chi sia e faccia cosa.

Per quanto riguarda “The Butler” è ovvio che la conoscenza della storia americana della seconda metà del Novecento è importante per la comprensione della pellicola, ma è altrettanto vero che ci si limita (aiutati dall’estensione temporale pluridecennale del film stesso) ai pochi e grandi cardini delle relative vicende storiche.
Per fare un esempio molto banale, quindi, è piuttosto improbabile che un europeo (o peggio, un italiano) conosca la composizione dei partiti repubblicano e democratico nel 1865, è più facile che sappia chi fossero le Pantere Nere.
O almeno spero.

Nonostante l’ennesimo sottotitolo italiano imbecille, che sembra il nome di una sit-com di Disney Channel con le risate registrate in sottofondo, “The Butler” è un buon film, che pecca sovente di eccessiva retorica (come molte pellicole americane che abbiano la politica come argomento principale) ma che riesce a dare quei due-tre affondi (non troppi, per la verità) alle coscienze che piacciono tanto al grande pubblico e all’Academy.
Sarà interessante vedere se l’onda lunga dell’amore per il Presidente Obama porterà ad un’incetta di Oscar, anche in base ovviamente a quali saranno le altre pellicole pluricandidate.
Non ti preoccupare, Leonardo, la statuetta non la vincerai neanche quest’anno.

Forest Whitaker torna finalmente ad un’opera degna di lui dopo alcune pellicole mediocri e/o ignoranti e riprende quel fil rouge iniziato con “L’ultimo re di Scozia” del 2007. Intenso e dignitoso, il suo personaggio è il punto d’incontro tra macro e micro, tra Stato e famiglia (le due principali aggregazioni di persone) e offre una buona prova attoriale, risultando probabilmente la cosa migliore della pellicola.

Molto imponente il resto del cast, con David Oyelowo (già presente in “Lincoln”), il rocker Lenny Kravitz, l’opinion leader Oprah Winfrey, Cuba Gooding Jr. (recente comparsata in “Machete Kills”) e Terrence Howard. Personaggi i loro talvolta eccessivamente stereotipati ma che danno una buona visione d’insieme, quindi su alcuni cliché penso si possa soprassedere.

Molto interessante il punto di vista sui vari presidenti americani, i cui ritratti sono talvolta riusciti (il viscido Nixon di John Cusack e il totemico Reagan di Alan Rickman) altre volte meno (lo stucchevole Kennedy di James Marsden, il caricaturale Johnson di Liev Schreiber), ma che rendono complessivamente un buon contributo al film. Attraverso loro lo spettatore può entrare in un mondo ovattato, una torre d’avorio dalla cui sommità si vigila sugli eventi che accadono in un grande Paese.

Non eccelso e probabilmente sarebbe potuto riuscire meglio, ma si è visto di molto peggio.

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3 Gennaio 2014 in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Decisamente troppa carne al fuoco. Un personaggio così allettante e peculiare come il maggiordomo, in mano ad un regista più ardimentoso e sagace (non simpatizzo per Daniels dai tempi di Precious), avrebbe acquisito maggiore smalto, verve e tatto.

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